lunedì 11 agosto 2025

Carlo Scarpa: architettura organica e il materiale poetico, di Carlo Sarno


Carlo Scarpa: architettura organica e il materiale poetico

di Carlo Sarno





INTRODUZIONE

L'architettura di Carlo Scarpa è considerata un'espressione unica e "artigianale" dell'architettura organica, filtrata attraverso la tradizione veneziana e l'influenza di Frank Lloyd Wright.
Sebbene non abbia mai aderito a un movimento dogmatico, i suoi progetti incarnano i principi organici attraverso questi elementi chiave:

1. Il Dialogo con la Natura e l'Acqua
Scarpa non si limita a inserire il costruito nel paesaggio, ma lo rende parte di un flusso vitale.
Acqua come materia: In opere come la Fondazione Querini Stampalia o la Tomba Brion, l'acqua non è solo decorativa; riflette la luce, produce suoni e definisce i percorsi, agendo come elemento connettivo.
Villa Ottolenghi: È uno degli esempi più puri di integrazione organica, dove l'uso di pietra e cemento crea un connubio armonioso con il terreno circostante.

2. La "Sincerità" dei Materiali
Seguendo il concetto wrightiano di "verità dei materiali", Scarpa celebra la natura intrinseca di ogni elemento.
Giustapposizione: Accosta materiali grezzi e raffinati (cemento a vista, legno, marmo, ottone) lasciando che i giunti e le connessioni diventino il cuore del progetto.
Stratificazione: Ogni materiale racconta una storia di tempo e di lavorazione manuale, trasformando il dettaglio tecnico in un dettaglio poetico.

3. L'Integrazione tra Storia e Nuovo
A differenza di altri architetti organici che cercavano la tabula rasa, Scarpa applica il principio organico al restauro.
Castelvecchio: Nel museo di Verona, l'intervento moderno non imita l'antico ma dialoga con esso per contrasto, creando un "organismo" unico dove passato e presente sono vitali e distinti.

4. L'Influenza Giapponese
L'approccio di Scarpa è profondamente legato alla sensibilità Zen: la cura ossessiva per il dettaglio, il valore del vuoto e la contemplazione sono interpretati come strumenti per creare spazi che rispettino il ritmo umano e naturale.

Il Memoriale Brion


LA FILOSOFIA ORGANICA DI CARLO SCARPA

La filosofia di Carlo Scarpa non si basa su un manifesto scritto, ma su una prassi progettuale che trasforma l'architettura organica in un'esperienza sensoriale e critica. Per Scarpa, l'organicità non è solo imitazione della natura, ma una profonda coerenza interna tra le parti di un edificio.
Ecco i pilastri teorici della sua visione:

1. Il Disegno come Strumento di Conoscenza
Per Scarpa, il disegno non è una semplice rappresentazione, ma la "porta regale" per accedere all'architettura.
Vedere attraverso il segno: Scarpa affermava: "voglio vedere e perciò disegno; posso vedere le cose solo se le disegno".
L'atto fisico: Il progetto nasceva da un processo empatico e manuale, dove la matita diventava un'estensione della mente, permettendogli di esplorare ogni giunto e ogni ombra prima ancora della costruzione.

2. La Poetica del Dettaglio ("Dio è nel dettaglio")
A differenza dei razionalisti che partivano dal volume generale, Scarpa spesso partiva dal particolare.
La Discontinuità: La sua teoria si fonda sulla discontinuità dei materiali. Invece di nascondere le giunture, Scarpa le esaltava trasformandole in "nodi" narrativi che spiegano come l'edificio è tenuto insieme.
La Stratificazione: L'architettura è vista come un organismo che cresce nel tempo. Ogni materiale (pietra, calcestruzzo, legno) mantiene la propria identità ma contribuisce a un'unità superiore attraverso un accostamento curato quasi in modo artigianale nelle botteghe veneziane.

3. Il Rapporto "Organico" con la Storia
La teoria del restauro di Scarpa è forse il suo contributo più originale all'architettura organica.
Critica del passato: Il progetto è un atto di critica storica. Non si limita a conservare, ma cerca una "riconciliazione artificiale" con il passato attraverso la memoria.
Esempio di Castelvecchio: In questo intervento, Scarpa elimina il "falso storico" per far emergere l'essenza dell'edificio. L'architettura nuova non mimetizza la vecchia, ma la "cura" e la valorizza attraverso nuovi percorsi e prospettive.

4. Spazio Sensoriale e "Filosofia Zen"
L'influenza giapponese ha portato nella sua teoria una forte attenzione al vuoto e al movimento dell'utente.
Percezione Dinamica: Lo spazio non è statico; è fatto di riflessi d'acqua, variazioni di luce e cambi di quota che obbligano il visitatore a una partecipazione attiva e consapevole.
L'Architettura come Emozione: Riprendendo concetti vicini alla sensibilità di maestri come Le Corbusier, Scarpa credeva che se la costruzione serve a "tener su", l'architettura ha lo scopo ultimo di commuovere.



CARLO SCARPA E LA TRADIZIONE VENEZIANA

La relazione tra la tradizione veneziana e l'architettura organica in Carlo Scarpa è una sintesi magica: Scarpa prende i principi spaziali di Frank Lloyd Wright e li traduce nel linguaggio materico, artigianale e acquatico di Venezia.
Ecco i punti fondamentali di questo legame:

1. L'Acqua come elemento strutturale
In un'architettura organica "tradizionale" (come quella di Wright), l'edificio si radica nella terra. A Venezia, Scarpa radica l'edificio nell'acqua.
Querini Stampalia: Invece di respingere l'acqua alta, Scarpa la invita all'interno attraverso paratie e canali interni. L'acqua diventa un materiale vivo che riflette la luce sui soffitti, esattamente come accade nei palazzi veneziani da secoli, ma con un linguaggio moderno e geometrico.

2. La sensibilità bizantina per il dettaglio
Venezia è una città di frammenti, mosaici e stratificazioni. Scarpa assorbe questa estetica "bizantina" e la trasforma in architettura organica:
Mosaici e Colore: L'uso di tessere d'oro e paste vitree (come nel Negozio Olivetti) non è decorazione superficiale, ma serve a dare vibrazione e vita alla materia, un principio organico che mira a rendere "sensibile" ogni superficie.
La stratificazione: Venezia è costruita sopra se stessa. Scarpa applica questo concetto trattando ogni restauro come un organismo che cresce su un corpo antico, lasciando i "segni" dell'innesto ben visibili.

3. L'Artigianato come "Motore" del Progetto
L'architettura organica di Scarpa non nasce in uno studio isolato, ma nelle botteghe artigiane di Venezia.
Il rapporto con i maestri: Scarpa collaborava strettamente con fabbri (come i Zanon), falegnami e maestri vetrai. La sua "organicità" deriva dalla conoscenza profonda della materia: sapeva come il ferro arrugginisce, come il legno si muove e come lo stucco lucido respira.
Il Marmorino: Recupera tecniche antiche come lo stucco veneziano per dare alle pareti una profondità e una lucentezza che il cemento nudo non potrebbe avere, rendendo l'edificio un corpo vibrante.

4. Lo spazio "callistico"
Venezia è fatta di calli strette che si aprono improvvisamente in campi soleggiati. Scarpa traduce questa compressione ed espansione dello spazio urbano veneziano all'interno dei suoi edifici, creando percorsi organici che sorprendono continuamente il visitatore.



CARLO SCARPA E L'ARCHITETTURA GIAPPONESE

La relazione tra Carlo Scarpa e il Giappone è un legame profondo che va oltre la semplice ammirazione estetica, diventando una sintonia spirituale e tecnica. Scarpa visitò il Giappone solo nel 1969, ma ne era influenzato da decenni attraverso le opere di Frank Lloyd Wright e lo studio delle arti orientali.

1. La Filosofia dello Spazio: Vuoto e "Mujo"
Scarpa adottò concetti chiave dell'estetica giapponese per definire i suoi spazi:
Wabi-Sabi: L'accettazione dell'impermanenza e la ricerca della bellezza nelle cose modeste e naturali.
Mujo: Il senso dell'effimero, che Scarpa traduceva nell'uso della luce e dell'acqua per creare atmosfere mutevoli e contemplative.
Il Vuoto (Ma): Come nei templi Zen, il vuoto scarpiano non è assenza di materia, ma uno spazio attivo che dà significato a ciò che lo circonda.

2. Elementi Architettonici e Simbolismo
Il dialogo con l'architettura nipponica è visibile in soluzioni progettuali ricorrenti:
La Tomba Brion: È il suo capolavoro più "giapponese". I cerchi incrociati della "vesica piscis" richiamano il simbolismo orientale di unione tra maschile e femminile, mentre i padiglioni sull'acqua evocano i giardini dei templi.
Le Superfici e le Luci: L'uso di grigliati in legno e metallo richiama i Shoji (pareti scorrevoli in carta), che filtrano la luce in modo soffuso, come si vede nel restauro di Castelvecchio o nello showroom Olivetti.
Il Percorso (Oku): L'idea di un percorso non rettilineo che svela lo spazio gradualmente è un prestito diretto dai giardini da tè giapponesi.

3. La Tecnica Costruttiva
Scarpa trattava i materiali moderni con la cura di un falegname giapponese:
Incastri e Giunti: Molti dei suoi giunti metallici sono reinterpretazioni dei complessi incastri in legno della tradizione nipponica.
Artigianato: La sua ricerca della perfezione nel dettaglio tecnico riflette l'approccio dei maestri artigiani orientali, dove ogni vite o connessione ha una dignità poetica.



FRANK LLOYD WRIGHT E CARLO SCARPA

La relazione tra Frank Lloyd Wright e Carlo Scarpa è uno dei dialoghi a distanza più affascinanti della storia dell'architettura moderna. Scarpa considerava Wright il suo maestro assoluto, definendosi un suo "devoto seguace", sebbene non abbia mai lavorato nel suo studio.

1. L'incontro storico (1951)
Il loro legame si concretizzò nel 1951, quando Wright visitò Venezia per ricevere una laurea honoris causa. Si racconta che Wright, infastidito dai tanti che volevano fargli da guida, chiese espressamente: "Chi di voi è Scarpa?", avendo già notato il talento del veneziano attraverso le sue opere.

2. Il Masieri Memorial: un progetto comune
Il legame si strinse attorno alla figura di Angelo Masieri, un giovane architetto allievo di Scarpa che aveva commissionato a Wright una casa sul Canal Grande. Dopo la tragica morte prematura di Masieri, Scarpa divenne il custode spirituale di quel progetto (mai realizzato), cercando di mediare tra la visione organica di Wright e i rigidi vincoli storici di Venezia.

3. Affinità e influenze teoriche
L'influenza di Wright su Scarpa si manifesta in tre punti cardine:
Architettura come Organismo: Entrambi rifiutavano la scatola chiusa del Modernismo internazionale per creare spazi che fluiscono tra interno ed esterno.
Verità dei materiali: Scarpa ereditò da Wright l'ossessione per l'uso "onesto" dei materiali (legno, pietra, cemento), esaltandone le venature e la grana.
Il Dettaglio e il Giunto: Molte delle geometrie scarpiane (angoli a gradoni, linee orizzontali) sono citazioni dirette del linguaggio wrightiano, trasformate però con una sensibilità veneziana e artigianale.

4. La Mostra del 1960
Nel 1960, un anno dopo la morte di Wright, Scarpa curò l'allestimento di una grande mostra commemorativa alla XII Triennale di Milano dedicata al maestro americano, consolidando il suo ruolo di principale interprete della lezione organica in Italia.
Nonostante l'adorazione, Scarpa si distinse da Wright per il suo rapporto con la storia: mentre Wright spesso rifiutava il passato per creare il "nuovo mondo", Scarpa lo accoglieva, integrando le sue "innervazioni" moderne dentro tessuti antichi come quelli di Castelvecchio.



BRUNO ZEVI E CARLO SCARPA

La relazione tra Bruno Zevi e Carlo Scarpa è stata fondamentale per l'affermazione dell'architettura organica in Italia. Zevi, il più importante storico e critico dell'epoca, fu il principale sostenitore e "scopritore" critico di Scarpa, vedendo in lui l'interprete capace di applicare la lezione di Wright al contesto storico italiano.
I punti chiave del loro legame sono:

1. Il supporto critico e mediatico
Bruno Zevi fu tra i primi a dare risalto nazionale e internazionale all'opera di Scarpa.
Riviste: Attraverso le sue riviste Metron e, dal 1954, L'Architettura. Cronache e storia, Zevi pubblicò sistematicamente i progetti di Scarpa, sottraendolo all'isolamento veneziano e consacrandolo come figura di spicco della modernità.
L'APAO: Scarpa fu tra i firmatari dell'Associazione per l'Architettura Organica (APAO), fondata da Zevi nel dopoguerra per promuovere una visione dell'architettura opposta al monumentalismo fascista e al funzionalismo rigido.

2. Il legame con Frank Lloyd Wright
Zevi e Scarpa condivisero l'ammirazione per Wright, ma con ruoli diversi:
Teoria e Pratica: Zevi era il teorico che diffondeva il verbo wrightiano in Italia; Scarpa ne era l'erede pratico che sapeva tradurre quei principi in forme concrete e dettagli raffinati.
La Biennale di Venezia: Insieme si spesero per portare mostre di architettura moderna alla Biennale. Zevi promosse la celebre mostra su Wright del 1951 a Venezia, e Scarpa ne fu uno dei grandi mediatori culturali.

3. Collaborazioni e Progetti Comuni
IUAV di Venezia: Entrambi insegnarono all'Università IUAV sotto la direzione di Giuseppe Samonà, creando un polo d'eccellenza per l'architettura organica.
Il mondo Olivetti: Entrambi fecero parte del "progetto culturale" di Adriano Olivetti. Zevi ne fu consulente e critico, mentre Scarpa realizzò per l'azienda opere iconiche come lo Showroom Olivetti in Piazza San Marco.
Masieri Memorial: Zevi fu uno dei più accaniti difensori del progetto di Wright per il Masieri Memorial sul Canal Grande, di cui Scarpa curò la difficile eredità spirituale.

4. Una stima profonda
Sebbene Zevi fosse un critico militante e talvolta "operativo", ebbe sempre un rispetto reverenziale per la capacità di Scarpa di far parlare i materiali. Per Zevi, Scarpa non era un semplice architetto, ma un artista che dimostrava come l'architettura organica potesse essere, allo stesso tempo, modernissima e profondamente radicata nella storia.



GIOVANNI MICHELUCCI E CARLO SCARPA

La relazione tra Giovanni Michelucci (1891-1990) e Carlo Scarpa (1906-1978) è caratterizzata da una profonda stima reciproca e da un'importante collaborazione professionale che ha segnato la museografia italiana del dopoguerra.
Ecco i punti cardine del loro rapporto:

1. La collaborazione agli Uffizi (1953-1956)
L'episodio più significativo della loro relazione è il progetto per il nuovo allestimento delle Sale dei Primitivi alla Galleria degli Uffizi di Firenze.
Il "Triumvirato": Scarpa e Michelucci lavorarono insieme a Ignazio Gardella per rivoluzionare il percorso espositivo del museo.
L'intervento: I tre architetti introdussero criteri moderni di illuminazione e disposizione delle opere (come le sale dedicate a Giotto e Cimabue), cercando un equilibrio tra il rigore storico dell'edificio e la sensibilità contemporanea.

2. Affinità nell'Architettura Organica
Pur partendo da percorsi diversi, entrambi sono considerati figure centrali dell'architettura organica in Italia, promossa da Bruno Zevi:
Oltre il Razionalismo: Entrambi rifiutarono la rigidità del modernismo industriale a favore di uno spazio "umano" e dinamico.
Materiali e Artigianato: Condividevano una venerazione per la materia e per il lavoro artigianale. Mentre Scarpa si concentrava sul dettaglio microscopico e prezioso, Michelucci esplorava una dimensione più plastica e corale (come nella sua celebre Chiesa dell'Autostrada).

3. L'ambiente accademico e culturale
IUAV e Università: Entrambi frequentarono i vertici del mondo accademico dell'epoca, influenzando generazioni di studenti con un approccio che metteva il disegno al centro del processo conoscitivo.
Dialogo intellettuale: Esistono registrazioni e trascrizioni di dialoghi tra i due (alcune conservate presso la Fondazione Michelucci a Fiesole) in cui discutevano di spazio, relazioni tra forme e necessità dell'uomo.

4. Il ruolo di Adriano Olivetti
Entrambi furono protagonisti della stagione culturale di Adriano Olivetti, che vedeva nell'architettura uno strumento di riscatto sociale. Michelucci e Scarpa rappresentavano le punte di diamante di un linguaggio che sapeva intervenire sulla realtà italiana con colta sensibilità.

In sintesi, sebbene avessero personalità artistiche distinte — Michelucci più "narrativo" e strutturale, Scarpa più "analitico" e legato al dettaglio — i due architetti formarono un fronte comune nel rinnovare l'architettura italiana, rendendola capace di dialogare con la sua immensa eredità storica.



OPERE SIGNIFICATIVE

L'architettura di Carlo Scarpa è un esempio magistrale di come i principi organici possano integrarsi con la storia e l'artigianato. Di seguito sono elencate le sue opere più significative che incarnano questa filosofia:

Il Memoriale Brion (1969-1978)
Situato a San Vito di Altivole, è considerato il testamento spirituale di Scarpa.
Elementi organici: Il complesso funerario è immerso nella campagna trevigiana e utilizza l'acqua come elemento connettivo e meditativo, richiamando l'atmosfera dei giardini Zen giapponesi.
Simbologia: Caratteristico è il fregio con i due cerchi intrecciati (azzurro e rosa), simbolo dell'unione tra maschile e femminile.
Materiali: Mostra una maestria assoluta nel trattare il cemento armato con finalità decorative, accostandolo a mosaici di vetro di Murano e finiture in bronzo.

Museo di Castelvecchio (1957-1975)
A Verona, Scarpa ha realizzato uno dei restauri museografici più importanti del Novecento.
Filosofia del restauro: L'opera non mimetizza l'antico, ma lo esalta attraverso "innervazioni" moderne, creando un organismo unitario dove passato e presente dialogano per contrasto.
Dettaglio iconico: Il supporto della statua equestre di Cangrande I della Scala, sospesa su un setto di calcestruzzo che permette di osservarla da molteplici punti di vista.

Fondazione Querini Stampalia (1959-1963)
Intervento radicale al piano terra di un palazzo cinquecentesco a Venezia.
Dialogo con l'acqua: Scarpa accoglie l'acqua alta all'interno dell'edificio attraverso paratie e canali, rendendo il fenomeno naturale parte integrante del progetto invece di combatterlo.
Il Giardino: Uno spazio recintato dove l'uso di pietre, piante e piccoli canali crea un microcosmo organico di pace e riflessione.

Negozio Olivetti (1957-1958)
Un "biglietto da visita" commissionato da Adriano Olivetti in Piazza San Marco a Venezia.
Spazio e luce: Nonostante le dimensioni ridotte, Scarpa crea un senso di ampiezza organica grazie alla scala monumentale in marmo che sembra galleggiare e all'uso magistrale della luce riflessa dai pavimenti in mosaico.

Villa Ottolenghi (1974-1978)
Situata a Bardolino, sul Lago di Garda, rappresenta l'integrazione totale con il paesaggio.
Architettura ipogea: Gran parte della casa è parzialmente interrata; il tetto funge da terrazza-giardino, eliminando i confini tra costruito e natura circostante.
Materiali: L'uso di massicci pilastri in cemento e pietra grezza evoca una forza primordiale e tellurica.



IL MUSEO DI CASTELVECCHIO

L'intervento al Museo di Castelvecchio (1957-1975) è considerato il capolavoro della museografia del Novecento. Scarpa non ha semplicemente "restaurato" il castello scaligero, ma ha attuato una vera e propria "anatomia architettonica", sezionando l'edificio per rivelarne le stratificazioni storiche.







Ecco i punti chiave dell'intervento:

1. Il Restauro Critico e la "Sottrazione"
Scarpa rimosse le aggiunte medievaleggianti e i falsi storici del restauro degli anni '20 per riportare alla luce le strutture autentiche (romane, scaligere e veneziane).
Il distacco: Invece di nascondere le lacune tra vecchio e nuovo, Scarpa creò dei giunti visibili (scuretti), lasciando che i nuovi solai e le pareti moderne "galleggiassero" rispetto alle mura antiche.

2. Il fulcro: La Statua di Cangrande I
Il punto culminante del percorso è la statua equestre di Cangrande I della Scala.
La sospensione: Scarpa la collocò su un supporto in calcestruzzo a sbalzo, visibile da più angolazioni sia dall'interno che dall'esterno.
Dialogo spaziale: La statua è posizionata in un punto di frattura dell'edificio, dove la luce naturale e il vuoto la rendono il perno attorno a cui ruota l'intero museo.

3. Allestimento e Percorsi
Ogni opera è allestita come se fosse un individuo in una conversazione.
I supporti: Scarpa disegnò ogni basamento e cavalletto per orientare lo sguardo del visitatore verso la luce migliore.
Materiali: Accostò il calcestruzzo a vista al ferro, al legno di teak e al marmo di Prun, creando una sinfonia di texture che guida il tatto e la vista.

4. Il Giardino e il Sacello
L'ingresso e il giardino furono riorganizzati come un filtro tra la città e il museo. Il Sacello, un piccolo volume rivestito in piastrelle policrome, funge da scrigno per le opere più preziose, richiamando la delicatezza degli scrigni veneziani.



IL MEMORIALE BRION

Il Memoriale Brion (1969-1978) a San Vito d'Altivole è il testamento spirituale di Carlo Scarpa, commissionato da Onorina Brion in memoria del marito Giuseppe, fondatore della Brionvega. È un'opera totale che fonde architettura, natura e simbologia in un organismo vivente.











Ecco gli elementi principali che lo rendono un capolavoro dell'architettura organica:

1. La Struttura a "L" e l'Immersione nel Paesaggio
Il complesso non è un monumento isolato, ma un recinto a forma di "L" che abbraccia il cimitero comunale.
Muro di cinta: È inclinato di 45 gradi per permettere ai visitatori di guardare verso la campagna circostante, integrando l'opera con il ciclo naturale dei campi trevigiani.
Percorso narrativo: Non esiste un unico punto di vista; il visitatore è invitato a muoversi tra padiglioni, canali e giardini, vivendo uno spazio dinamico.

2. I Cerchi Intrecciati (Vesica Piscis)
Uno dei simboli più famosi dell'architettura moderna è l'apertura a due cerchi intrecciati nel propileo.
Significato: Rappresentano l'unione dei coniugi Brion (azzurro per lui, rosa per lei) e il punto di incontro tra vita e morte, tra mondo terrestre e spirituale.

3. L'Arcosolio e l'Acqua
Il cuore del memoriale è l'arcosolio, un ponte in cemento rivestito di mosaico che protegge le arche dei due coniugi.
L'Acqua come specchio: L'arcosolio e il padiglione della meditazione sono circondati da vasche d'acqua con ninfee. L'acqua non è solo estetica, ma simboleggia la purificazione e la continuità del tempo, riflettendo la luce sulle geometrie del cemento.

4. Il Padiglione della Meditazione
Raggiungibile attraverso una passerella che sembra galleggiare, è un luogo di silenzio assoluto.
Dettaglio tecnico: Scarpa utilizza il calcestruzzo a vista con casseforme studiate per creare gradoni e scanalature millimetriche, trasformando un materiale "povero" in una superficie preziosa che cattura le ombre.

5. La Sepoltura di Scarpa
Per sua volontà, Carlo Scarpa è sepolto in un angolo appartato del memoriale, in posizione eretta e avvolto in un sudario bianco, a testimonianza del suo legame indissolubile con questa opera.



LA VILLA OTTOLENGHI

L'architettura di Villa Ottolenghi (progettata tra il 1974 e il 1979 a Bardolino, sul Lago di Garda) rappresenta uno dei vertici della maturità di Carlo Scarpa, dove i principi dell'architettura organica si fondono con una sensibilità quasi tellurica.








Ecco gli aspetti principali che definiscono l'organicità di questa residenza:

1. Integrazione Ipogea e Mimetismo
A differenza delle ville tradizionali che svettano sul paesaggio, Villa Ottolenghi è in gran parte incassata nel terreno.
La Terrazza-Giardino: Il tetto della casa funge da continuazione del piano di campagna superiore, diventando un prato calpestabile che permette alla struttura di sparire nel profilo della collina.
Protezione e Intimità: Questa scelta richiama il concetto di "rifugio" organico, dove l'abitazione non si impone sulla natura ma ne cerca la protezione, diventando essa stessa parte del suolo.

2. I Pilastri come "Tronchi" di Calcestruzzo
L'elemento strutturale più iconico è rappresentato dai nove massicci pilastri cilindrici.
Materialità primordiale: Realizzati con una miscela di cemento, calce e inerti locali (come il marmo di Prun), i pilastri hanno una grana ruvida e policroma che ricorda la roccia naturale o i tronchi di alberi secolari.
Finiture Riflettenti: La parte superiore di alcuni pilastri presenta finiture in stucco nero lucido, progettate per riflettere il panorama esterno e il movimento delle foglie, annullando visivamente il confine tra il sostegno e l'ambiente circostante.

3. La Fluidità degli Spazi e l'Acqua
Come in ogni opera organica di Scarpa, il confine tra interno ed esterno è reso fluido:
Canali d'Acqua: Un sistema di vasche e piccoli canali attraversa e circonda la casa, rinfrescando l'ambiente e creando riflessi di luce che variano durante il giorno, collegando visivamente il soggiorno con il paesaggio esterno del lago.
Geometria Non Rigida: La pianta non segue schemi simmetrici classici; la disposizione dei pilastri e delle pareti segue un equilibrio "dinamico" che Scarpa ricercava spostando gli elementi di pochi centimetri per trovare la perfetta armonia baricentrica.

4. Il Dialogo con la Luce
Le aperture non sono semplici finestre, ma tagli studiati per catturare la luce radente e proiettare ombre profonde sulle superfici scabre del cemento, enfatizzando la natura scultorea e "viva" dell'edificio.


Alberto Ottolenghi

Il ruolo di Alberto Ottolenghi fu fondamentale: non agì come un semplice cliente, ma come un mecenate paziente e un complice intellettuale, permettendo a Scarpa di esprimere la sua visione più radicale.
Ecco come il loro rapporto ha plasmato la genesi di Villa Ottolenghi:

1. Una fiducia incondizionata
Alberto Ottolenghi e la moglie rimasero affascinati dalla sensibilità di Scarpa e gli concessero una libertà d'azione quasi totale. Questo fu cruciale perché i tempi di Scarpa erano notoriamente lunghi e il suo metodo procedeva per continui ripensamenti e variazioni in corso d'opera (spesso comunicate con schizzi direttamente sui muri del cantiere).

2. La sfida della normativa
Il lotto di Bardolino era soggetto a rigidi vincoli paesaggistici che impedivano la costruzione di un edificio che emergesse sopra una certa quota.
La soluzione condivisa: Fu proprio il dialogo tra le esigenze del committente (che voleva una casa spaziosa) e i vincoli burocratici a spingere Scarpa e Ottolenghi verso l'idea dell'architettura ipogea.
Invece di vedere il limite come un ostacolo, lo trasformarono nel concept dell'opera: una casa "scavata" che non sottrae spazio al paesaggio.

3. Il cantiere come laboratorio
Ottolenghi accettò che la villa diventasse un esperimento sui materiali.
I celebri pilastri cilindrici in cemento e pietra furono il risultato di innumerevoli prove di impasto e granulometria.
Il committente sostenne i costi e la complessità tecnica di queste soluzioni "artigianali" che rendevano ogni centimetro della casa un pezzo unico, accettando il rischio di un'opera che sembrava più una scultura o una rovina moderna che una casa funzionale nel senso tradizionale.

4. Il lascito postumo
Dopo la morte improvvisa di Scarpa nel 1978, fu proprio la determinazione della famiglia Ottolenghi, insieme alla guida di Giuseppe Tommasi (collaboratore di Scarpa), a permettere il completamento della villa rispettando fedelmente i disegni del maestro, garantendo che l'opera non rimanesse un'incompiuta.

Oggi la villa è ancora di proprietà privata, ma è riconosciuta come un esempio sublime di come un committente illuminato possa elevare un progetto di edilizia residenziale a monumento dell'architettura mondiale.


Gli interni di Villa Ottolenghi

Gli interni di Villa Ottolenghi sono il riflesso perfetto della visione scarpiana: uno spazio fluido dove il lusso non è dato dall'ostentazione, ma dalla qualità tattile dei materiali e dalla regia della luce.










Ecco gli elementi che caratterizzano l'arredamento e l'organizzazione interna:

1. La "Foresta" di Pilastri
L'elemento che domina l'interno sono i 9 pilastri circolari. Essi non sono solo sostegni, ma elementi d'arredo monumentali che scandiscono lo spazio senza bisogno di pareti divisorie rigide. Il loro diametro imponente obbliga a percorsi circolari, creando una dinamica di movimento tipicamente organica.

2. Pavimenti e Dislivelli
Scarpa progetta il pavimento come una topografia artificiale:
Materiali: Vengono utilizzati il cemento levigato e la pietra di Prun, spesso disposti a quote diverse per identificare le funzioni della casa (zona giorno, zona pranzo, zona conversazione) senza chiuderle in stanze separate.
Il camino: Vero centro simbolico della zona giorno, è trattato come un oggetto scultoreo che emerge dal pavimento, richiamando l'idea del "focolare" centrale tipica delle case di Frank Lloyd Wright.

3. Arredi Fissi e Su Misura
Come in quasi tutte le sue opere, Scarpa non "arreda" semplicemente, ma integra i mobili nell'architettura:
Il Legno: Utilizza essenze pregiate come il teak e il noce, lavorati con incastri complessi. Molti scaffali e panche sono ancorati direttamente ai pilastri o ai muri di cemento.
La Cucina: È un capolavoro di incastri millimetrici, dove il metallo (ottone o acciaio) dialoga con la pietra, trasformando i mobili funzionali in oggetti d'arte.

4. Il Bagno "Rovina antica"
Uno degli spazi più celebri è il bagno padronale. Qui Scarpa crea una sorta di piscina scavata nella pietra, con scalini che scendono nell'acqua. Le rubinetterie e i dettagli in ottone sono trattati come piccoli gioielli meccanici, mentre le pareti evocano l'atmosfera di una cisterna antica o di una grotta naturale.

5. La Luce e l'Acqua
La luce entra da tagli strategici e si riflette sulle superfici lucide o sull'acqua dei canali interni. Questo crea un effetto di rifrazione continua che muta durante il giorno, rendendo gli interni "vivi" e mai statici.


Il colore e gli stucchi

In Villa Ottolenghi, l'uso dei colori negli stucchi non ha una funzione decorativa superficiale, ma è uno strumento per modificare la percezione dello spazio e sottolineare la natura organica dell'edificio.
Scarpa utilizza principalmente la tecnica del "marmorino" o dello stucco lucido veneziano, declinandolo secondo significati simbolici e sensoriali precisi:

1. Il Nero Lucido: L'Annullamento della Materia
Il colore più iconico nella villa è il nero profondo, applicato sulla parte superiore dei grandi pilastri cilindrici o su porzioni di soffitto.
Effetto specchio: Lo stucco nero è levigato fino a diventare riflettente. Lo scopo è dematerializzare il supporto: il pilastro sembra non finire mai o "bucare" il soffitto, riflettendo la luce e il verde del giardino esterno.
Profondità: Il nero non è percepito come una superficie piatta, ma come una cavità, un vuoto che attira lo sguardo e conferisce un’eleganza austera e misteriosa.

2. Il Rosso e l'Arancio: Calore e Focolare
In contrasto con il grigio del cemento e il nero dei pilastri, Scarpa inserisce accenti di rosso veneziano o arancio bruciato.
Punti focali: Questi colori caldi sono spesso usati vicino al camino o nelle zone di sosta. Servono a definire il "cuore" della casa, creando un'atmosfera di accoglienza che bilancia la freddezza della pietra.
Richiamo alla tradizione: È un omaggio cromatico a Venezia e alla terra cotta, legando la modernità della villa alla storia cromatica del territorio veneto.

3. I Toni Naturali e Terrosi
Molte pareti presentano sfumature di ocra, giallo paglierino e grigio-azzurro.
Mimetismo organico: Questi colori servono a creare una transizione morbida tra l'interno ipogeo (sotto terra) e la luce solare del Lago di Garda.
Vibrazione della luce: Scarpa sapeva che uno stucco colorato a mano non è mai uniforme; le piccole variazioni di tono fanno sì che la parete "viva" a seconda dell'inclinazione dei raggi solari, simulando la mutevolezza delle pareti rocciose.

4. Il valore tattile
Per Scarpa, il colore è inseparabile dalla materia. Lo stucco non è solo visto, ma "sentito". La scelta di superfici lisce e riflettenti alternate a superfici scabre (come il cemento a vista) serve a creare un ritmo tattile che guida l'abitante attraverso la casa.


L'arredamento

L'arredamento di Villa Ottolenghi è in gran parte costituito da mobili fissi e su misura, progettati da Scarpa stesso e realizzati da artigiani locali sotto la sua supervisione, piuttosto che da produzioni industriali su larga scala come quelle che in seguito Dina Doghi produrrà per la serie "Simon by Cassina".
Ecco la relazione tra i due aspetti:

Arredi di Villa Ottolenghi: Prototipi Artigianali
Gli interni della villa sono il risultato di un approccio sartoriale e quasi ossessivo al dettaglio:
Integrazione totale: Ogni elemento, dalle librerie incassate nei pilastri ai lavabi in pietra, è parte integrante dell'architettura stessa.
Bottega veneziana: Scarpa lavorava a stretto contatto con maestranze locali altamente specializzate. Ogni giunto, ogni incastro in legno di teak o in metallo era un pezzo unico, sperimentato e modificato direttamente in cantiere.
Materiali: La predominanza è data dai materiali naturali e grezzi: pietra di Prun, cemento a vista, legno massello e ottone non trattato, che invecchiano e mutano nel tempo.

Dina Doghi e la Produzione in Serie
Il rapporto con Dina Doghi (e l'azienda Simon Gavina, poi Simon by Cassina) è di natura diversa:
Design industriale: Per Simon, Scarpa ha disegnato pezzi iconici come il Tavolo Doge. Questi arredi sono pensati per la produzione in serie, sebbene di alta gamma e con una cura del dettaglio eccezionale.
Linguaggio formale: Sebbene i materiali (vetro, metallo) e l'attenzione al giunto meccanico richiamino la sensibilità scarpiana, sono prodotti come oggetti autonomi, non legati a un contesto architettonico specifico.
Diffusione: Questi mobili hanno portato il design di Scarpa nelle case di molti, cosa che gli arredi unici di Villa Ottolenghi non potevano fare.

In sintesi, mentre gli arredi di Villa Ottolenghi sono pezzi unici e inamovibili che nascono dal dialogo con la specificità del luogo, i mobili prodotti da Dina Doghi sono la trasposizione del linguaggio formale di Scarpa in oggetti di design riproducibili, che hanno avuto il merito di diffondere la sua estetica a un pubblico più ampio.



SINTESI DEI PRINCIPI ORGANICI DI CARLO SCARPA

L'architettura organica di Carlo Scarpa non è una dottrina rigida, ma una sensibilità artigianale che trasforma l'edificio in un organismo vivente e narrativo.
Ecco i principi cardine sintetizzati:

Il Dettaglio come Genoma: Per Scarpa, l'intero si riflette nel frammento. Il "giunto" (il punto in cui due materiali si incontrano) non viene nascosto ma esaltato, diventando l'elemento che spiega la logica di tutta la costruzione.

Dialogo Simbiotico con la Natura: Gli elementi naturali — acqua, luce e vegetazione — non sono contorno, ma materiali da costruzione. L'acqua riflette la storia, la luce modella le superfici e le piante integrano l'opera nel ciclo vitale del paesaggio.

Verità e Stratificazione dei Materiali: Fedele a Wright, Scarpa usa i materiali per ciò che sono (cemento, ferro, legno, pietra), ma li accosta per contrasto. L'organicità deriva dalla loro armonia tattile e dal modo in cui "invecchiano" insieme nel tempo.

Lo Spazio come Percorso (Oku): Influenzato dalla cultura giapponese, Scarpa rifiuta la visione frontale. Lo spazio organico si scopre gradualmente attraverso percorsi dinamici, variazioni di quota e soglie che obbligano il corpo a partecipare attivamente all'architettura.

Integrazione Storica: L'organicità si estende al passato. Il nuovo intervento si "innesta" sull'antico come un nuovo ramo su un vecchio tronco, rispettando l'identità precedente ma portando nuova linfa vitale (come visto nel Museo di Castelvecchio).


" L'arte moderna ci ha permesso di vedere con occhi nuovi alcuni fenomeni della materia e ci ha consentito scoperte di fatti naturali importantissimi. Possiamo ammirare la corteccia e gli alberi senza impacci, non più vincolati dall'eloquenza della tradizione. Quali uomini del nostro tempo abbiamo riscattato molte cose sia moralmente che socialmente. Ma come architetti non abbiamo ancora riscattato la forma delle cose umili e semplici."     Carlo Scarpa
















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