Imre Makovecz (1935-2011): maestro architettura organica ungherese
di Carlo Sarno
INTRODUZIONE
Imre Makovecz (1935–2011) è stato l'architetto visionario dietro il movimento dell'architettura organica ungherese, uno stile che tratta gli edifici come "esseri viventi".
Cresciuto sotto il regime comunista, Makovecz ha rifiutato il modernismo sterile e standardizzato dell'epoca a favore di strutture che celebrano l'identità nazionale, il folclore e la spiritualità.
Caratteristiche del suo stile
Materiali Naturali: Utilizzo predominante del legno, spesso lasciato in forme grezze per evocare rami e radici.
Antropomorfismo: Molti suoi edifici presentano elementi che ricordano visi (finestre come occhi) o anatomia interna (soffitti a forma di gabbia toracica).
Simbolismo Spirituale: Profondamente influenzato dall'antroposofia di Rudolf Steiner e dalla mitologia celtica e magiara.
Opere Celebri
Padiglione Ungherese (Expo '92, Siviglia): La sua opera più famosa a livello internazionale, una struttura in legno con sette torri che simboleggiano le diverse fedi religiose.
Chiesa dello Spirito Santo (Paks): Un capolavoro di architettura sacra organica con sottili guglie gemelle e un interno che ricorda una barca rovesciata o un organismo vivente.
Hagymatikum (Makó): Un complesso termale dalle forme curve che richiamano la forma delle cipolle, prodotto tipico della regione.
Cappella Funeraria di Farkasrét (Budapest): Nota per il suo soffitto a doghe di legno che avvolge lo spazio come un torace umano.
Oggi la sua eredità è custodita dalla Fondazione Imre Makovecz, che promuove la conservazione dei suoi quasi 250 edifici completati.
LA FILOSOFIA ORGANICA DI IMRE MAKOVECZ
La teoria dell'architettura organica di Imre Makovecz non è solo un metodo costruttivo, ma una filosofia che considera l'edificio come un organismo vivente capace di connettere l'uomo con il divino e la natura.
Ecco i pilastri fondamentali del suo pensiero:
1. L'Edificio come "Essere Vivente"
Makovecz rifiutava la scatola funzionalista moderna, cercando invece forme che "respirassero".
Antropomorfismo: Progettava edifici con caratteristiche umane o animali: le finestre diventano occhi (che guardano il visitatore), i tetti spine dorsali e le travi in legno casse toraciche.
Metafora del corpo: Nella cappella funeraria di Farkasrét, ad esempio, le assi di legno curve circondano lo spazio come una gabbia toracica, simboleggiando la protezione dell'anima.
2. L'Influenza dell'Antroposofia e dello Spirito
Il nucleo teorico di Makovecz deriva profondamente dal pensiero di Rudolf Steiner e dalla sua antroposofia.
Architettura Euri-tmica: Credeva che lo spazio architettonico dovesse riflettere i movimenti e l'energia dello spirito universale.
Dualità Terra-Cielo: Ogni sua opera cerca di essere un ponte tra il mondo materiale (la terra) e quello spirituale (il cielo), spesso attraverso torri slanciate o cupole che sembrano aprirsi verso l'alto.
3. Nazionalismo e Simbolismo Popolare
Per Makovecz, l'architettura era un atto di resistenza contro l'oppressione sovietica e l'internazionalismo anonimo.
Radici Magiari: Attingeva direttamente dall'arte popolare ungherese, reinterpretando simboli come il tulipano o motivi tradizionali in strutture tridimensionali.
Identità Locale: Ogni edificio doveva nascere dal genius loci (lo spirito del luogo), utilizzando materiali locali, principalmente il legno, e rispettando la topografia del terreno.
4. Il Ruolo della Comunità
L'architettura organica per lui non era un esercizio accademico, ma un processo sociale.
Vándoriskola (Scuola Itinerante): Fondò una scuola dove i giovani architetti imparavano lavorando direttamente sui cantieri delle comunità rurali, promuovendo un'architettura partecipativa e artigianale.
ANTROPOLOGIA E ETNOLOGIA UNGHERESE
La relazione tra l'architettura di Imre Makovecz e l'antropologia/etnologia ungherese è profonda e strutturale: per lui, l'edificio non è solo un manufatto, ma la materializzazione del DNA culturale e mitologico di un popolo.
1. L'Antropologia Linguistica e Fisica
Makovecz si ispirava alla sovrapposizione tra linguaggio e anatomia tipica della cultura magiara.
Case come Corpi: Notò che in ungherese (come in altre lingue) molte parti della casa prendono il nome da parti del corpo: la facciata è la "fronte" (homlokzat), il colmo del tetto è la "spina dorsale" (gerinc), e gli architravi delle finestre sono le "sopracciglia".
Architettura "Umana": Questa osservazione antropologica lo spinse a progettare edifici con "occhi" (finestre antropomorfe) e strutture portanti simili a gabbie toraciche, trasformando l'abitare in un'esperienza di immedesimazione corporea.
2. Etnografia e Radici "Pagane"
A differenza del modernismo socialista, Makovecz cercò di recuperare l'eredità etnica precristiana dell'Ungheria.
Simbolismo Arcaico: Integrò nelle sue strutture simboli tratti dall'etnologia ugro-finnica e celtica, come l'albero della vita, il falco (Turul) e motivi a "S" che rintracciava nelle tribù magiare originali.
Il Tulipano: Reinterpretò il motivo del tulipano — onnipresente nell'arte popolare ungherese e nella decorazione artigianale — trasformandolo in elementi strutturali complessi.
3. La Ricerca del "Genius Loci"
Per Makovecz, l'etnologia non era un catalogo di decorazioni, ma una guida per comprendere come una comunità interagisce con il suo territorio.
Legno e Artigianato: L'uso massiccio del legno non era solo una scelta estetica, ma un richiamo alle tradizioni costruttive delle aree rurali ungheresi e della Transilvania.
Resistenza Culturale: L'architettura organica divenne uno strumento antropologico per preservare l'identità nazionale contro l'omologazione del regime comunista, che considerava queste radici etniche come "arretrate".
KAROLY KOS (1883-1977): IL PRECURSORE DELL'ARCHITETTURA ORGANICA UNGHERESE
Károly Kós è stato il ponte spirituale e formale tra la tradizione vernacolare e l'architettura moderna, fungendo da vero e proprio "padre spirituale" per Imre Makovecz.
Ecco come l'influenza di Kós ha plasmato l'architettura organica:
Kós non era solo un architetto, ma un etnologo e scrittore che credeva che l'architettura dovesse scaturire dall'anima della terra.
Identità Regionale: Kós riscoprì l'architettura contadina della Transilvania (Szeklerland), con i suoi tetti spioventi e le torri in legno, vedendovi la forma pura della cultura magiara.
Makovecz e l'Eredità: Makovecz ereditò questa missione, trasformando il "Romanticismo Nazionale" di Kós in un linguaggio più visionario e metafisico.
2. Estetica: Torri e Tetti
L'impronta visiva di Kós è chiaramente leggibile nelle opere di Makovecz:
Verticalità: Le torri svettanti della Chiesa dello Spirito Santo di Paks sono un'evoluzione delle chiese lignee medievali promosse da Kós.
Tetti "Protettivi": L'uso di tetti enormi e avvolgenti, che quasi toccano terra, deriva dallo stile di Kós (visibile nel Giardino Zoologico di Budapest), interpretato da Makovecz come ali protettrici o gusci organici.
3. L'Uso del Legno e della Pietra
Kós rifiutò il ferro e il cemento a favore dei materiali locali. Makovecz portò questa scelta all'estremo:
Artigianato vs Industria: Entrambi vedevano nel lavoro manuale e nel legno un modo per umanizzare lo spazio, opponendosi alla standardizzazione industriale.
Strutture Ad Albero: Laddove Kós usava il legno in modo tradizionale, Makovecz lo "liberò", creando pilastri che si ramificano come foreste.
4. Resistenza Culturale
Per entrambi, l'architettura era uno strumento di sopravvivenza etnica:
Kós lavorò per mantenere viva l'identità ungherese dopo il Trattato di Trianon; Makovecz fece lo stesso contro l'anonimato del blocco sovietico.
LA TRANSILVANIA
Il legame di Imre Makovecz con la Transilvania (e specificamente con la terra dei Szekler, o Siculi d'Ungheria) rappresenta il midollo spinale della sua architettura. Non è solo una questione di estetica, ma di eredità spirituale e tecnica.
Ecco i punti chiave di questa connessione:
1. Le "Porte Szekler" (Székelykapu)
La porta monumentale in legno, tipica delle case rurali della Transilvania, è l'elemento totemico che Makovecz trasforma in architettura monumentale.
Significato antropologico: Per i Szekler, la porta non è solo un ingresso, ma un confine sacro tra il caos esterno e l'ordine familiare interno.
Trasposizione di Makovecz: Molti dei suoi edifici presentano ingressi enormi che richiamano la forma ad arco della Székelykapu, intesa come portale tra mondi (terreno e spirituale).
2. Le Chiese in Legno e le Guglie Svettanti
L'architettura dei Szekler è famosa per le chiese con tetti ripidi coperti da scandole di legno (zsindely) e campanili estremamente sottili.
Verticalità: Makovecz riprende la "tensione verso il cielo" tipica delle chiese lignee della Transilvania (come quelle della regione di Kalotaszeg).
Tecnica costruttiva: Ha riportato in auge l'uso di incastri e strutture portanti in legno che non imitano il moderno, ma evolvono la sapienza millenaria dei carpentieri transilvani.
3. Simbolismo Cosmico e Astrale
Il folclore Szekler è intriso di simboli arcaici: il Sole (la vita) e la Luna (la morte/rinascita), che compaiono spesso nei ricami e nel legno intagliato.
Simbologia solare: Makovecz inserisce costantemente questi simboli nelle testate delle travi o nelle cupole, vedendo nella cultura della Transilvania una riserva intatta di mitologia pagana e cristiana fusa insieme.
4. La Casa di Cultura di Kakasd
Un esempio perfetto di questo legame è la Casa di Cultura di Kakasd, progettata per una comunità di Szekler rifugiati. L'edificio presenta due torri:
Una richiama le chiese cattoliche dei Szekler.
L'altra simboleggia l'identità perduta e la tragedia dello sradicamento.
MITOLOGIA UGRO-FINNICA E MAGIARA
Nella visione di Makovecz, la chiesa non è un contenitore di fedeli, ma un modello del cosmo basato sull'antica mitologia ugro-finnica e magiara. Egli fonde la liturgia cristiana con una cosmogonia arcaica in cui l'edificio diventa un ponte tra gli inferi e il cielo.
Ecco come il mito ha dettato la forma delle sue architetture sacre:
1. L'Albero del Mondo (Világfa)
Nella mitologia magiara, l'asse dell'universo è l'Albero che raggiunge il cielo (Égig érő fa).
La Struttura: All'interno delle chiese (come a Paks o Siófok), i pilastri non sono semplici colonne, ma si ramificano in alto per formare la volta.
Il Significato: Il fedele che entra si ritrova sotto la "chioma" di una foresta sacra, un concetto che precede il cristianesimo e richiama i luoghi di culto ancestrali nelle radure.
2. Il dualismo Luce-Ombra e il Turul
Makovecz integra spesso la figura del Turul, il falco mitologico messaggero degli dei e progenitore del popolo magiaro.
Ali Protettrici: Molti tetti delle sue chiese (come la Chiesa luterana di Siófok) sono modellati come le ali spiegate di un grande uccello che protegge la comunità.
Gli Occhi del Cielo: Le aperture sul tetto non sono solo lucernari, ma "occhi" (spesso chiamati "Occhi di Dio") che guardano verso l'alto, collegando l'interno scuro e uterino della chiesa con la luce solare divina.
3. La Nave e il Ventre (Cosmologia Uterina)
Per la mitologia magiara, la vita e la morte sono cicli legati alla terra e all'acqua.
Lo Scafo Rovesciato: Molte chiese presentano soffitti che ricordano lo scafo di una nave rovesciata o una gabbia toracica (come nella Cappella di Farkasrét).
Simbolismo: Questo richiama il mito del viaggio dell'anima e la forma della Jurta (la tenda dei nomadi magiari), intesa come un microcosmo protettivo che riproduce l'ordine dell'universo.
4. La separazione dei mondi (Paks)
Nella Chiesa dello Spirito Santo a Paks, Makovecz utilizza simboli esoterici e mitologici espliciti:
Il Sole e la Luna: Le due torri simboleggiano i due luminari, fondamentali nella spiritualità magiara arcaica.
L'ingresso a "S": La forma della pianta richiama due antichi simboli a forma di "S" che si intrecciano, rappresentando l'unione degli opposti (maschile/femminile, terra/cielo).
LA CHIESA DELLO SPIRITO SANTO A PAKS
La Chiesa dello Spirito Santo a Paks (1988-1991) è considerata il capolavoro assoluto dell'architettura organica di Imre Makovecz e il manifesto visivo della sua filosofia.
La struttura non segue una croce tradizionale, ma si basa sulla forma di due "S" simmetriche intrecciate.
Significato: Questo segno è un simbolo arcaico dell'arte popolare ungherese (presente anche nelle culture celtiche e scitiche) che rappresenta l'equilibrio dinamico degli opposti: luce e ombra, maschile e femminile, Sole e Luna.
Dualità: Agli ingressi laterali si trovano due statue: l'Angelo della Luce e l'Angelo dell'Oscurità, a guardia del passaggio verso il sacro.
2. Le Tre Guglie e i Simboli Astrali
L'esterno è dominato da un tetto scuro e spiovente in scandole di legno che sembra discendere dal cielo per toccare terra.
Le Cime: La facciata presenta tre torri sottili. Quella centrale, alta 34 metri, culmina con una croce cristiana. Le due torri laterali portano rispettivamente un sole dorato e una luna d'argento.
Integrazione Mitologica: Questa combinazione di simboli cristiani e astrali riflette la volontà di Makovecz di unire la fede cristiana con le radici cosmologiche magiare.
3. L'Interno: La Foresta Sacra
L'interno è uno spazio uterino e avvolgente dove il legno è il protagonista assoluto.
L'Albero della Vita: Dietro l'altare si staglia una struttura che ricorda un albero stilizzato le cui fronde si aprono verso il soffitto, simboleggiando la connessione tra la terra e l'aldilà.
Luce Zenitale: Una striscia di vetro percorre il colmo del tetto, permettendo alla luce naturale di piovere dall'alto direttamente sull'altare, dando l'impressione che lo Spirito Santo discenda nello spazio.
4. Simbolismo del Cuore
Visto dall'alto, l'intero complesso — comprese le mura esterne che circondano il giardino — assume la forma di un cuore, rafforzando l'idea dell'edificio come un organismo vivente e pulsante al centro della comunità.
ANTONI GAUDI E IMRE MAKOVECZ
La relazione tra Antoni Gaudí e Imre Makovecz è quella di due "geni isolati" che, in epoche diverse, hanno trasformato l'architettura in un'esperienza mistica e scultorea. Makovecz considerava Gaudí il primo vero architetto capace di rompere la tirannia della linea retta attraverso la comprensione delle leggi divine della natura.
Ecco i punti di contatto più profondi tra il maestro catalano e quello ungherese:
1. La Natura come Maestra (Geometria Sacra)
Entrambi credevano che la natura fosse il libro aperto di Dio e che l'architettura dovesse imitarne non solo l'aspetto, ma le leggi statiche.
Gaudì: Sviluppò l'uso di archi catenari e iperboloidi osservando come la gravità agisce sulle catene e sulle ossa.
Makovecz: Utilizzò strutture simili, ma le declinò attraverso il legno, trasformando i pilastri in alberi e le volte in foreste, portando la visione di Gaudí in un contesto mitologico centro-europeo.
2. L'Edificio come "Organismo Vivente"
Entrambi rifiutavano l'architettura come assemblaggio di parti morte.
Antropomorfismo: Come Gaudí diede a Casa Batlló forme che richiamano uno scheletro e il dorso di un drago, Makovecz progettò edifici con "occhi" e "gabbie toraciche" lignee.
Vita Interiore: In entrambi, lo spazio interno non è statico; sembra muoversi, respirare e avvolgere il visitatore come un ventre materno o una caverna sacra.
3. Artigianato e Cantiere-Laboratorio
Entrambi elevarono il ruolo dell'artigiano a co-creatore dell'opera.
Lavoro Manuale: Gaudí lavorava fianco a fianco con fabbri e mosaicisti per il suo trencadís; Makovecz faceva lo stesso con i carpentieri della Vándoriskola, riscoprendo tecniche manuali contro la produzione industriale.
Cantiere Infinito: La Sagrada Família di Gaudí e il progetto di San Michele a Budapest di Makovecz condividono il destino di opere così ambiziose da superare la vita dei loro creatori, affidate alle generazioni future.
4. Simbolismo e Fede
Per entrambi, l'architettura era un atto di devozione:
Gaudí è stato definito "l'architetto di Dio" per la sua dedizione al cattolicesimo e al simbolismo cristiano-catalano.
Makovecz ha cercato una sintesi simile, fondendo il cristianesimo con il panteismo magiaro e l'antroposofia, rendendo ogni edificio una preghiera solida.
Punti di divergenza
Colore vs Materia: Gaudí amava l'esplosione cromatica della ceramica e del vetro; Makovecz preferiva la sobrietà cromatica dei materiali naturali (il grigio dell'ardesia, il marrone del legno).
Clima: Le forme di Gaudí rispondono alla luce solare e plastica del Mediterraneo; quelle di Makovecz alla luce filtrata e ai boschi fitti dell'Europa centrale.
FRANK LLOYD WRGHT E IMRE MAKOVECZ
La relazione tra Frank Lloyd Wright e Imre Makovecz non è di discepolato diretto, ma di profonda affinità elettiva. Entrambi sono i giganti della "scuola organica", ma con sfumature filosofiche diverse: Wright cercava l'armonia tra uomo e natura, mentre Makovecz cercava l'armonia tra uomo, natura e spirito ancestrale.
Ecco i punti di contatto e le divergenze fondamentali:
1. La definizione di "Organico"
Wright (Organicismo Funzionale): Per Frank Lloyd Wright, l'architettura organica significava che l'edificio doveva apparire come se fosse cresciuto dal suolo. Il design nasceva dall'interno verso l'esterno, seguendo la funzione e il paesaggio (si pensi alla Casa sulla Cascata).
Makovecz (Organicismo Antropomorfico): Per Makovecz, "organico" significava che l'edificio è un essere vivente. Se Wright imitava la crescita naturale, Makovecz imitava l'anatomia (costole, occhi, ali). L'opera non deve solo stare nella natura, deve avere un'anima propria.
2. Il rapporto con il Sito (Genius Loci)
Entrambi rifiutavano lo "Stile Internazionale" (vetro e acciaio identici ovunque).
Wright utilizzava i materiali del luogo (pietra, sabbia locale) per fondere l'edificio con la topografia del Wisconsin o dell'Arizona.
Makovecz faceva lo stesso con il legno e l'ardesia ungheresi, ma aggiungeva una dimensione etnologica: l'edificio doveva radicarsi non solo nel terreno, ma nella storia e nei miti di chi lo abitava.
3. Continuità vs. Dramma
L'Orizzontalità di Wright: Wright privilegiava le linee orizzontali (le Prairie Houses) per abbracciare la terra.
La Verticalità di Makovecz: Makovecz, influenzato dal gotico e dalle tradizioni della Transilvania, spingeva verso l'alto con guglie drammatiche, cercando una connessione verticale con il cosmo e il divino.
RUDOLF STEINER E IMRE MAKOVECZ
La relazione tra Rudolf Steiner (padre dell'antroposofia) e Imre Makovecz è il fondamento filosofico che trasforma le opere dell'architetto ungherese da semplici edifici a "macchine spirituali".
Ecco i punti cardine di questo legame:
1. L'Architettura come "Metamorfosi"
Makovecz adottò il concetto di metamorfosi delle forme di Steiner, visibile nel primo Goetheanum di Dornach.
Forme in divenire: Seguendo Steiner, Makovecz credeva che l'architettura non dovesse essere statica, ma riflettere le leggi della crescita organica. Nelle sue opere, una colonna non è solo un supporto, ma un elemento che "diventa" un ramo o una volta, simulando il processo vitale naturale.
2. Il "Pensiero Vivente" e la Geometria
Per Steiner, il pensiero è una forza plastica che modella la realtà.
Doppia Curvatura: Makovecz utilizzò ampiamente le superfici a doppia curvatura (iperboloidi e paraboloidi) non per tecnicismo, ma perché Steiner le considerava forme capaci di mediare tra il mondo fisico e quello astrale.
Oltre l'Angolo Retto: Come Steiner, Makovecz considerava l'angolo retto una "prigione dello spirito", preferendo angoli ottusi, forme concave e convesse che stimolano la percezione sensoriale e spirituale.
3. La Funzione Terapeutica dell'Edificio
L'antroposofia sostiene che l'ambiente influenzi direttamente la salute dell'anima.
Salute dell'Abitante: Makovecz progettava edifici (specialmente centri culturali e scuole) che seguissero i principi steineriani di armonia cromatica e formale per "curare" gli utenti dall'alienazione della modernità industriale.
L'Uomo come Misura: I suoi spazi interni sono spesso modellati sul corpo umano (antropos), rendendo l'edificio un riflesso del macrocosmo nell'uomo.
4. Resistenza e Spiritualità
Durante il regime comunista (materialista per definizione), l'adesione di Makovecz al pensiero di Steiner fu un atto di resistenza politica.
Il Sacro nel quotidiano: Mentre lo Stato promuoveva il cemento prefabbricato, Makovecz usava la filosofia di Steiner per reinserire la dimensione del "sacro" e dell'individualità spirituale nelle comunità rurali ungheresi.
CRISTALLIZZAZIONE DELLO SPIRITO
Il concetto di "cristallizzazione dello spirito" è uno dei punti più alti e complessi della filosofia di Makovecz. Si basa sull'idea che la materia (il legno, la pietra) non sia inerte, ma sia "spirito condensato" o solidificato.
Secondo Makovecz, il compito dell'architetto è quello di invertire questo processo: liberare lo spirito intrappolato nella materia attraverso la forma.
1. Il Legno come Materia "Pre-viva"
Per Makovecz, il legno non è un semplice materiale da costruzione, ma un organismo che conserva la memoria della vita.
La crescita fissata: Quando il legno viene lavorato, la sua struttura cellulare e le sue venature sono la testimonianza di una crescita governata da leggi spirituali e solari.
Cristallizzazione: Usando il legno in strutture geometriche complesse, l'architetto "congela" un movimento vitale. Le travi che si aprono a ventaglio sono la cristallizzazione di un gesto di crescita verso la luce.
2. Geometria Sacra e Forme Pensiero
Ispirandosi a Steiner, Makovecz credeva che i pensieri e le forze spirituali avessero forme geometriche specifiche.
Dall'invisibile al visibile: La struttura lignea di una cupola (come quella della Sala Grande del Centro Culturale di Sárospatak) è la proiezione fisica di un ordine cosmico. La complessità dei nodi e degli incastri trasforma un'idea astratta in una realtà solida e percepibile.
La "Ghiacciata" dello Spirito: L'edificio diventa un istante fermato nel tempo: come un cristallo di neve che rivela la geometria invisibile dell'acqua, così l'edificio di Makovecz rivela la geometria invisibile dello spirito umano e divino.
3. La Metafora del Seme
Il concetto di cristallizzazione si lega anche a quello del seme:
Il seme contiene in potenza tutta la pianta (spirito).
La crescita è la manifestazione della forma.
L'architettura di Makovecz è il momento in cui questa crescita raggiunge la sua massima tensione e si fissa in una struttura portante. Nelle sue chiese, le colonne-albero sono semi cristallizzati che esplodono verso il soffitto.
4. L'aspetto Antropologico: Lo spirito del Popolo
La cristallizzazione non riguarda solo il divino, ma anche l'identità di un popolo:
Makovecz riteneva che i miti e le tradizioni magiare fossero "energie spirituali" vaganti.
Costruire un edificio con simboli etnici (il tulipano, il sole, il Turul) significava cristallizzare l'identità ungherese in una forma fisica permanente, rendendola invulnerabile all'erosione del tempo o delle ideologie politiche (come il comunismo).
Un esempio pratico: La Cupola di Sárospatak
In quest'opera, i soffitti in legno non sono piatti, ma sembrano ondeggiare o protendersi verso il basso come stalattiti. È l'esempio perfetto di come Makovecz volesse che la materia sembrasse "spirito che sta per fluire" o che si è appena solidificato.
CEMENTO E LEGNO
Nella filosofia di Makovecz, il rapporto tra cemento e legno non è solo tecnico, ma rappresenta una tensione dialettica tra due stati dell'essere: il minerale e l'organico, il morto e il vivo, la terra e lo spirito.
Ecco come Makovecz utilizza il cemento come "contrappunto" per esaltare la cristallizzazione dello spirito:
1. La Terra contro il Cielo (Radici vs Rami)
Makovecz usa spesso il cemento per le fondamenta e le parti basamentali dell'edificio, lasciandolo grezzo o trattandolo come roccia viva.
Il Cemento come Minerale: Rappresenta l'elemento tellurico, la materia pesante e inerte che appartiene al mondo sotterraneo.
Il Legno come Spirito: Dalle basi in cemento "esplodono" le strutture in legno. Il contrasto serve a mostrare il miracolo della vita che si eleva dalla pietra. Senza il contrappunto del cemento (la morte/stasi), il legno (la vita/movimento) non avrebbe la stessa potenza drammatica.
2. Il "Grembo" e l'Anatomia
Nelle sue strutture antropomorfe, il cemento svolge spesso il ruolo di guscio protettivo o "pelle" esterna, mentre il legno costituisce l'endoscheletro o il sistema nervoso.
Effetto Caverna: In molte sue chiese, le pareti bianche e pesanti in cemento creano un ambiente uterino, scuro e silenzioso.
La Luce del Legno: Una volta all'interno, lo sguardo viene spinto verso l'alto dove la struttura lignea, più leggera e calda, "rompe" la massa minerale per lasciar entrare la luce. È la rappresentazione architettonica dell'anima che abita il corpo fisico.
3. Contrasto Termico e Sensoriale
Makovecz gioca sulla percezione dei sensi per rafforzare il suo messaggio filosofico:
Freddo vs Caldo: Il cemento è freddo al tatto e alla vista, rappresenta la necessità della struttura materiale. Il legno è caldo, profumato e vivo.
Acustica: Il cemento riflette il suono in modo rigido, mentre le nervature in legno lo frammentano e lo ammorbidiscono. Questo "contrappunto acustico" crea un'atmosfera sacrale dove il silenzio della pietra incontra la vibrazione del legno.
4. Integrazione nel "Paks" e a "Siófok"
Nella Chiesa dello Spirito Santo a Paks, il basamento e alcune pareti portanti sono in muratura/cemento bianco, agendo come una "coppa" che contiene la complessa struttura lignea della volta. A Siófok, le colonne in cemento si trasformano gradualmente in rami di legno, visualizzando fisicamente la metamorfosi steineriana dalla materia allo spirito.
ALVAR AALTO E IMRE MAKOVECZ
La relazione tra Alvar Aalto e Imre Makovecz è quella di una staffetta generazionale all'interno dell'architettura organica europea. Sebbene appartengano a epoche e contesti politici differenti, Makovecz vedeva in Aalto il maestro che aveva salvato l'architettura dall'aridità del cubismo e del funzionalismo puro.
Ecco i punti chiave del loro legame:
1. L'Umanizzazione del Modernismo
Entrambi hanno rifiutato l'idea della "macchina per abitare" di Le Corbusier.
Aalto: Ha introdotto la psicologia e il comfort sensoriale nel modernismo, usando il legno e le forme sinuose per adattare l'edificio all'uomo.
Makovecz: Ha portato questo concetto oltre, trasformando l'umanizzazione in sacralizzazione. Per lui, l'edificio non deve solo accogliere il corpo umano (come per Aalto), ma deve rispecchiarne l'anima e il mito.
2. Il Legno come Materiale d'Elezione
Il legno è il filo conduttore che unisce la Finlandia di Aalto all'Ungheria di Makovecz.
La Curva di Aalto: Aalto usava il legno lamellare per creare curve eleganti e funzionali (come nel Padiglione Finlandese del 1939).
La Struttura di Makovecz: Makovecz ha preso quelle curve e le ha rese strutture portanti drammatiche, trasformando il legno da "rivestimento caldo" a "scheletro vivente".
3. Il Rapporto con la Natura e il Paesaggio
Entrambi credevano che l'architettura dovesse essere un'estensione del paesaggio naturale locale.
Mimetismo: Le opere di Aalto si fondono con la foresta finlandese attraverso l'uso di linee organiche e luce zenitale.
Partecipazione: Makovecz condivideva questa visione, ma la arricchiva con il folclore: l'edificio non deve solo stare nella foresta, deve essere la foresta (le sue colonne-albero).
4. Divergenze: Funzione vs. Simbolo
Aalto rimane un architetto legato alla funzione e alla democrazia: i suoi edifici (biblioteche, municipi) sono progettati per il benessere sociale e la chiarezza spaziale.
Makovecz è un architetto del simbolo e della metafisica: i suoi edifici sono spesso gesti teatrali e spirituali che caricano lo spazio di significati esoterici e nazionalistici.
GIOVANNI MICHELUCCI E IMRE MAKOVECZ
La relazione tra Giovanni Michelucci e Imre Makovecz è definita da una straordinaria convergenza intellettuale sulla concezione dello spazio come percorso spirituale e sulla critica radicale all'architettura industriale e burocratica del Novecento.
Sebbene appartenessero a contesti diversi, Makovecz riconosceva in Michelucci (specialmente quello del dopoguerra) un precursore della sua architettura "vivente".
Ecco i punti di contatto principali:
1. Il Rifiuto della "Scatola" Funzionalista
Entrambi hanno lottato contro la rigidità del Movimento Moderno.
Michelucci: Con la Chiesa dell'Autostrada del Sole (1960-64), ruppe con l'angolo retto per creare una struttura fluida e scultorea.
Makovecz: Portò questa ribellione ancora più lontano, vedendo nella geometria euclidea una negazione della vita stessa. Entrambi cercavano una "nuova spazialità" che non fosse definita da muri, ma da flussi di energia.
2. L'Edificio come Organismo e Foresta
Il concetto di "tenda" o "foresta" è centrale per entrambi.
La Tenda di Michelucci: Nella Chiesa dell'Autostrada, il soffitto in rame scende verso il basso come una tenda biblica, sostenuto da pilastri che ricordano tronchi d'albero ramificati.
La Foresta di Makovecz: Makovecz trasformò questa intuizione in un sistema strutturale sistematico, dove i pilastri in legno si ramificano letteralmente per formare la volta, rendendo l'edificio un organismo biologico a tutti gli effetti.
3. L'Architettura della Comunità
Sia Michelucci che Makovecz vedevano l'architettura come un atto civile e sociale, non solo estetico.
Michelucci: Credeva nella "città variabile" e in edifici che fossero piazze coperte, luoghi di incontro spontaneo (si pensi al suo Longarone).
Makovecz: Fondò centri culturali rurali in Ungheria con lo stesso spirito, cercando di ricostruire l'identità sociale attraverso spazi che la comunità potesse percepire come "propri" e "umani".
4. La Materia: Pietra, Rame e Legno
Michelucci utilizzava la pietra e il cemento armato con una sensibilità plastica quasi artigianale, cercando di dare alla materia dura una morbidezza organica.
Makovecz esasperò questo approccio usando il legno come elemento di mediazione spirituale, ma l'aspetto scultoreo e "materico" delle opere di Michelucci fu una fonte di ispirazione fondamentale per la sua visione di un'architettura che "emoziona" prima di "servire".
OPERE ORGANICHE SIGNIFICATIVE
Le opere di Imre Makovecz sono veri e propri "manifesti costruiti" dove il legno diventa muscolo e la pietra diventa osso. Ogni edificio è pensato per essere un ponte tra la terra e il cosmo.
Ecco le sue opere più iconiche e significative:
1. Chiesa dello Spirito Santo (Paks, 1988–1991)
È il suo capolavoro assoluto e il simbolo della rinascita spirituale ungherese.
Forma: La pianta è composta da due curve intrecciate (simbolo di Yin e Yang o di antichi motivi magiari).
Elemento distintivo: Le tre torri che svettano sopra un tetto di ardesia scura che sembra un guscio protettivo. All'interno, i pilastri in legno si ramificano come alberi in una foresta sacra.
Significato: Rappresenta l'unione tra il cristianesimo e le radici cosmologiche arcaiche.
2. Padiglione Ungherese all'Expo '92 (Siviglia, 1992)
L'opera che lo ha consacrato a livello internazionale.
Struttura: Un edificio interamente in legno che ricorda sia una chiesa della Transilvania che lo scafo di una nave rovesciata.
Simbolismo: Sette torri svettano dal tetto, rappresentando le diverse religioni e la complessità dell'identità ungherese. All'interno, un albero della vita stilizzato sorgeva sotto un pavimento di vetro, visibile come se le radici fossero lo spirito della nazione.
3. Complesso Termale Hagymatikum (Makó, 2012)
Design: Il nome deriva da hagyma (cipolla), prodotto tipico della zona. Le cupole richiamano la forma della cipolla ma anche strutture organiche e ali d'angelo.
Interni: Un pilastro centrale gigantesco domina la vasca principale, espandendosi sul soffitto come un'immensa chioma arborea che avvolge i bagnanti.
4. Centro Culturale Stephaneum (Piliscsaba, 1995)
Parte dell'università cattolica Pázmány Péter, sembra emergere direttamente dal terreno.
L'occhio: La facciata è dominata da grandi vetrate che sembrano occhi giganti che osservano il paesaggio.
Interno: Le sale sono caratterizzate da grandi "costole" di legno che creano un'atmosfera uterina e protettiva, tipica della sua teoria della cristallizzazione dello spirito.
5. Chiesa Luterana (Siófok, 1990)
Le ali: Il tetto si estende lateralmente come le ali di un grande uccello (il mitico Turul) che protegge l'ingresso.
L'occhio di Dio: Sopra l'ingresso, una forma simile a un occhio accoglie i fedeli, mediando tra la luce esterna e il silenzio interno.
6. Centro Culturale di Sárospatak (1982)
Stile: Qui Makovecz sperimenta la transizione tra il cemento e il legno. Le ali dell'edificio sembrano abbracciare la piazza circostante, creando uno spazio di aggregazione che rifiuta la rigidità dei blocchi comunisti dell'epoca.
IL RUOLO DEGLI ARTIGIANI LOCALI
Per Imre Makovecz, il ruolo degli artigiani locali non era solo tecnico, ma politico e spirituale. In un'epoca (quella del socialismo reale) dominata dalla prefabbricazione industriale e dal cemento anonimo, Makovecz scelse di restituire il potere costruttivo alle mani dell'uomo.
Ecco come gli artigiani hanno plasmato la sua architettura organica:
1. La Resistenza del "Saper Fare"
Makovecz credeva che l'architettura dovesse nascere dalla comunità. Invece di affidarsi a grandi imprese statali, coinvolgeva i carpentieri delle zone rurali e della Transilvania.
Contro l'industria: Mentre lo Stato costruiva panelház (condomini prefabbricati), Makovecz utilizzava tecniche di falegnameria tradizionale, recuperando l'uso di incastri complessi e lavorazioni manuali che stavano scomparendo.
Il cantiere come rito: La costruzione di edifici come la Chiesa di Paks diventava un evento comunitario, un rito collettivo in cui gli artigiani sentivano di proteggere la propria identità culturale.
2. La Vándoriskola (Scuola Itinerante)
Per garantire la trasmissione di queste conoscenze, Makovecz fondò la Vándoriskola, un sistema di apprendistato post-laurea per giovani architetti.
Imparare la materia: Gli architetti non restavano negli studi, ma andavano a vivere nei villaggi, lavorando fianco a fianco con i mastri carpentieri.
Dialettica tra carta e legno: Questo rapporto permetteva di tradurre i disegni visionari di Makovecz (spesso difficili da calcolare con i metodi standard) in strutture reali, grazie all'intuito e all'esperienza pratica degli artigiani sul campo.
3. La Tecnica delle Scandole (Zsindely)
Uno degli elementi più distintivi delle sue opere è il rivestimento dei tetti con migliaia di piccole tegole di legno (scandole).
Lavoro di pazienza: Questa tecnica richiede una maestria artigianale estrema per seguire le curve iperboliche e le forme organiche dei tetti.
Materiale Vivo: Gli artigiani sceglievano i legni più adatti (spesso larice o quercia) affinché l'edificio potesse "invecchiare" e cambiare colore con il tempo, proprio come un organismo vivente.
4. Il Legno come "Scultura"
A differenza dell'architettura moderna dove il materiale è standardizzato, nelle opere di Makovecz ogni trave è spesso unica.
Intaglio antropomorfo: Molti dettagli (capitelli a forma di ali, facce, decorazioni floreali) venivano intagliati a mano direttamente in cantiere. Questo conferisce agli edifici quella vibrazione umana e imperfetta che Makovecz considerava essenziale per "curare" lo spirito di chi li abitava.
Senza l'umiltà e la sapienza dei carpentieri magiari, le visioni di Makovecz sarebbero rimaste disegni utopici su carta.
SINTESI DEI PRINCIPI ORGANICI DI IMRE MAKOVECZ
L'architettura organica di Imre Makovecz può essere sintetizzata come un tentativo di trasformare l'edificio in un ponte tra il mondo visibile e quello invisibile, rifiutando la rigidità industriale per abbracciare la fluidità della vita.
Ecco i suoi principi fondamentali:
Antropomorfismo e Zoonismo: L'edificio non è un oggetto, ma un "essere costruito". Deve avere caratteristiche umane o animali (finestre come occhi, tetti come ali o spine dorsali, soffitti come gabbie toraciche) per permettere a chi lo abita di identificarsi fisicamente con lo spazio.
L'Edificio come Organismo Vivente: Le strutture devono seguire le leggi della crescita naturale. I pilastri non sono semplici supporti, ma "alberi" che si ramificano, creando una continuità fluida che Makovecz chiamava "metamorfosi delle forme", ispirata all'antroposofia di Rudolf Steiner.
Identità Nazionale e Folclore: L'architettura deve radicarsi nel Genius Loci. Per Makovecz, questo significava recuperare i simboli arcaici magiari, le tecniche di carpenteria della Transilvania e l'uso di materiali locali (soprattutto legno e ardesia) come atto di resistenza culturale.
Connessione Terra-Cielo: Ogni opera deve fungere da Axis Mundi. Il basamento (spesso in cemento o pietra) rappresenta l'elemento tellurico e materiale, mentre la struttura superiore (in legno) tende verso l'alto, simboleggiando la "cristallizzazione dello spirito" e l'aspirazione al divino.
Geometria Non-Euclidea: Rifiuto sistematico dell'angolo retto, considerato "morto". L'uso di curve iperboliche e forme concave/convesse serve a creare spazi dinamici che stimolano l'energia spirituale e la partecipazione emotiva.
Architettura della Comunità: L'edificio deve nascere da un processo sociale. Coinvolgendo artigiani locali e la sua Vándoriskola (Scuola Itinerante), Makovecz trasformava il cantiere in un momento di crescita collettiva e artigianale.
LA CHIESA DI SAN MICHELE A BUDAPEST
La Chiesa di San Michele a Budapest (conosciuta anche come Chiesa della Resurrezione o Feltámadás Temploma) rappresenta il testamento spirituale e il culmine della teoria organica di Imre Makovecz. Progettata originariamente nel 2005 per piazza Apor Vilmos, è rimasta per anni un "sogno visionario" a causa di ostacoli politici ed economici, diventando il simbolo di un'architettura che sfida il tempo.
Nella sua concezione, la teoria organica si manifesta attraverso tre concetti chiave:
Inizialmente Makovecz chiamò il progetto "La Chiesa dei Santificati e dei Dannati", riflettendo una visione cosmologica dove bene e male convivono nel dramma umano.
Dualismo: La struttura doveva incarnare la lotta tra luce e ombra. Questa dualità è una costante nelle sue chiese, dove angeli della luce e dell'oscurità spesso sorvegliano l'ingresso, simboleggiando che il sacro nasce dal superamento degli opposti.
2. Antropomorfismo e "Building Being"
Per Makovecz, l'edificio è un "essere vivente" (building being).
L'Angelo della Resurrezione: La forma complessiva della chiesa di San Michele evoca una figura angelica che apre le ali sopra la città. Le torri non sono solo elementi verticali, ma estremità di un organismo spirituale.
Volte come Gabbie Toraciche: L'interno segue la sua tipica struttura a costoloni lignei che ricordano uno scheletro o un ventre materno, creando uno spazio che "abbraccia" il fedele in un ritorno simbolico alle origini della vita.
3. Connessione tra Terra e Cielo
La teoria organica di Makovecz cerca di "collegare la terra con il cielo" attraverso la materialità.
L'Albero della Vita: Il pilastro centrale della chiesa funge da asse del mondo (Axis Mundi), trasformando lo spazio sacro in una foresta metafisica dove le colonne di cemento o legno si ramificano verso la cupola, imitando la natura.
Simbologia degli Opposti: Il progetto include riferimenti al Sole e alla Luna (frequenti nel folclore magiaro) posti sulle guglie, rappresentando l'unione del maschile e del femminile nell'entità androgina di Cristo.
Nonostante il progetto originale non sia stato completato secondo i piani iniziali del maestro, la Fondazione Imre Makovecz continua a promuovere la sua visione come un modello di "architettura naturale" che cura l'anima collettiva.
LA CONTINUITA' DELL'ARCHITETTURA ORGANICA UNGHERESE
L'eredità di Imre Makovecz non è rimasta cristallizzata nei suoi edifici, ma pulsa attraverso un sistema educativo e professionale unico che continua a modellare il paesaggio ungherese.
Ecco come i suoi allievi portano avanti il suo lavoro:
1. La Vándoriskola (Scuola Itinerante)
È lo strumento principale di trasmissione del sapere. Fondata da Makovecz, la Vándoriskola è un percorso di specializzazione post-laurea dove i giovani architetti cambiano studio ogni sei mesi per tre anni.
Apprendimento pratico: Gli allievi non studiano solo teoria, ma lavorano nei cantieri a stretto contatto con i maestri e gli artigiani.
Filosofia del servizio: La scuola insegna che l'architetto deve servire le piccole comunità rurali, mantenendo vivo il legame tra progetto e territorio.
2. La Fondazione Imre Makovecz
Fondata nel 2011, la Fondazione Imre Makovecz ha il compito di catalogare l'immenso archivio del maestro e, soprattutto, di completare le sue opere postume.
Completamenti eccellenti: Molti progetti lasciati incompiuti o solo abbozzati (come parti del complesso di Makó o alcune chiese) vengono portati a termine dai suoi allievi storici, che ne conoscono profondamente il "codice genetico" progettuale.
Tutela: La fondazione lavora affinché le opere esistenti siano riconosciute come monumenti nazionali, proteggendole da ristrutturazioni improprie.
3. Allievi e Studi Contemporanei
Diversi architetti, un tempo stretti collaboratori di Makovecz, guidano oggi studi indipendenti che evolvono lo stile organico:
Tamás Turi: Noto per l'integrazione di forme ancora più zoomorfe e l'uso innovativo del legno lamellare.
Lőrinc Csernyus: Uno dei principali esponenti che continua la ricerca sulla geometria sacra e sugli spazi comunitari.
László Sáros: Che esplora la fusione tra l'organicismo e le esigenze della moderna sostenibilità energetica.
4. L'Organicismo 2.0: Sostenibilità e Tecnologia
Gli eredi di Makovecz stanno adattando la "cristallizzazione dello spirito" alle sfide del XXI secolo:
Bio-architettura: Il principio del legno come materiale vivo si sposa oggi con la bioedilizia e il risparmio energetico, rendendo l'architettura organica ungherese estremamente attuale.
Software Parametrico: Mentre Makovecz disegnava tutto a mano, i suoi allievi usano oggi software complessi per calcolare le curve iperboliche, mantenendo però l'esecuzione finale affidata all'artigianato manuale.
In definitiva, nell'architettura organica ungherese le strutture viventi e lo spirito magiaro di Imre Makovecz hanno la capacità di far "parlare" il legno e di trasformare un edificio in una preghiera collettiva.
