SENZA RADICI NON C'E' ARCHITETTURA
Un ricordo dell'artista ungherese Imre Makovecz
Csengeri Úrszínváltozás görögkeleti templom. Makovecz Imre
In tempi di globalizzazione e di omologazione culturale un
architetto come Imre, profondamente ungherese, cioè profondamente e
appassionatamente legato alla propria terra e alle sue tradizioni,
potrebbe sembrare un personaggio ancronistico. Macovecz è stato invece
un testimone tra i più importanti nel campo dell’arte di questo nostro
tempo travagliato e contraddittorio e senza di lui un aspetto molto
significativo della modernità sarebbe rimasto inespresso.
Imre Makovecz inizia la sua carriera negli anni Sessanta, dopo i famosi
fatti che vedono i carri armati sovietici sopprimere con la violenza la
rivolta contro il regime. In principio lavora all’interno di uno studio
collettivo, ma non segue l’indirizzo, imposto dai sovietici, che
privilegia la prefabbricazione e vede l’espressione individuale come un
pericolo da evitare. Coraggiosamente i suoi progetti si ispirano da una
parte alla tradizione popolare, dall’altra all’architettura organica e
alle teorie steineriane. Nel 1975 realizza una cappella mortuaria che è
il manifesto di una architettura liberata dai dogmi del funzionalismo e
capace di comunicare i valori della fede cristiana. Quando tenta di
continuare questa ricerca nel centro culturale di Sarospatak,
all’interno della riserva naturale del Pils, l’
establishment
politico si accorge del suo non allineamento, lo estromette dal suo
gruppo di progettazione e gli ritira il permesso di esercitare la
professione.
Gli viene però accordata la possibilità di
continuare a lavorare purché ciò avvenga all’interno della riserva, e
questa sorta di «confino» si rivela per l’architetto una straordinaria
esperienza di vita. Lontano dalla città, a contatto con la natura, Imre
Makovetz scopre tutte le virtualità ancora inutilizzate della tecnica
della costruzione in legno e nello stesso tempo orienta il suo pensiero
verso la propria interiorità.
In una situazione politica meno
repressiva, nel 1984, Macovecz può tornare a Budapest e fondare, con un
drappello di giovani amici, il gruppo Makona. Esplode così il fenomeno
della architettura organica ungherese, un indirizzo che all’interno
della post-modernità rifiuta il superficiale edonismo e lo sradicamento
che domina nel mondo anglo-sassone per riscoprire le radici locali della
architettura e il messaggio naturalistico dell’Art Nouveau che aveva
trovato in Ungheria, all’inizio del secolo interpreti del calibro di Kos
Karoly e Odon Lechner.
«Abbiamo bisogno — scriveva Makovecz
nel 1985 — nell’Europa dell’Est di un nuovo e libero destino. Abbiamo
bisogno di una nuova vita che incorpori le nostre tradizioni e la nostra
storia per fare ciò che è necessario per la nostra sopravvivenza in
Europa. Le nostre case suggeriscono una antica atmosfera, talvolta
tenebrosa. Le voci del popolo, da lungo tempo interrotte possono essere
udite dalle mura, le nostre cupole ci sovrastano come il cielo. I motivi
dell’arte popolare del nostro disperso gruppo etnico ritornano in
strutture tridimensionali. I nostri antenati, cacciati dalle nostre
coscienze, ora ritornano per parlarci, per aiutarci a costruire ciò in
cui crediamo, per appartenere a questo luogo».
Questa
filosofia, rivolta con eguale intensità al passato e al futuro da
costruire ispira all’architetto un linguaggio altamente simbolico che
gli consente di comunicare sentimenti elementari e profondi come la
solidarietà, l’amore e il rispetto per la terra, il piacere di stare
insieme e di colloquiare. Esemplare, in questo senso, il villaggio di
Kakasd, unione forzata di più villaggi imposta dal regime sovietico in
cui l’architettura invita al dialogo e all’intesa attraverso il dialogo
muto tra due torri diverse ma ravvicinate che alludono ai valori etnici
delle due comunità.
Dagli anni Ottanta in poi Makovecz
costruisce centinaia di edifici e, nel 1992, con il padiglione ungherese
nell’Expò di Siviglia raggiunge la notorietà internazionale. Nel 2000
l’università romana della Sapienza gli concede la laurea
honoris causa
e mostre delle sue opere si aprono in tutto il mondo. Recentemente,
per merito di Sandro Barbagallo viene invitato a offrire un dono a
Benedetto XVI, uno splendido disegno per la cattedrale di Budapest,
progetto purtroppo non accettato dalla diocesi.
È proprio nel
campo della architettura religiosa che l’arte di Makovecz ha trovato il
campo di espressione più sentito e congeniale. Le chiese, cattoliche o
protestanti, esprimono tutte una volontà di rendere visibile la fede, di
evocare l’evento sacro della Eucarestia con segni eloquenti che
trasportino i fedeli nel cuore di un evento soprannaturale. Le forme
della natura entrano direttamente nella definizione delle strutture e
dei dettagli a volte preservando le ramificazioni dell’albero, quasi a
esprimere la venerazione per questa espressione suprema della vita
sospesa tra la terra e il cielo.
Qualche volta l’architetto è
stato attaccato per l’inserimento nell’immaginario delle chiese di
elementi tenebrosi, come avveniva del resto normalmente nella
architettura romanica. La ragione di questo aspetto è, come nel
romanico, una ragione simbolica: tenebre e luce sono per Imre Makovecz
realtà inseparabili e la riduzione della fede alla celebrazione di un
mondo idillico, senza contrasti, dove la comunità si isola ignorando le
contraddizioni e le follie del mondo lasciato a se stesso «fuori della
porta» voleva dire, per il suo modo di pensare, rinunciare alla sfida di
migliorare la vita degli uomini e dimenticare l’insegnamento cristiano.
Il simbolo più eloquente del lavoro di Makovecz rimane
l’albero della mostra di Siviglia, un albero con la sua chioma ma con le
radici scoperte ed evidenti. Come per dire che senza radici, senza
l’insegnamento del passato, il futuro non può essere che un
impoverimento, un inaridimento dell’umanità.
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Fonte: L'Osservatore Romano
www.osservatoreromano.va/it/news/senza-radici-non-ce-architettura