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martedì 31 dicembre 2019
lunedì 30 dicembre 2019
sabato 12 ottobre 2019
Un ricordo dell'artista ungherese Imre Makovecz
SENZA RADICI NON C'E' ARCHITETTURA
Un ricordo dell'artista ungherese Imre Makovecz
Csengeri Úrszínváltozás görögkeleti templom. Makovecz Imre
In tempi di globalizzazione e di omologazione culturale un architetto come Imre, profondamente ungherese, cioè profondamente e appassionatamente legato alla propria terra e alle sue tradizioni, potrebbe sembrare un personaggio ancronistico. Macovecz è stato invece un testimone tra i più importanti nel campo dell’arte di questo nostro tempo travagliato e contraddittorio e senza di lui un aspetto molto significativo della modernità sarebbe rimasto inespresso.
Imre Makovecz inizia la sua carriera negli anni Sessanta, dopo i famosi fatti che vedono i carri armati sovietici sopprimere con la violenza la rivolta contro il regime. In principio lavora all’interno di uno studio collettivo, ma non segue l’indirizzo, imposto dai sovietici, che privilegia la prefabbricazione e vede l’espressione individuale come un pericolo da evitare. Coraggiosamente i suoi progetti si ispirano da una parte alla tradizione popolare, dall’altra all’architettura organica e alle teorie steineriane. Nel 1975 realizza una cappella mortuaria che è il manifesto di una architettura liberata dai dogmi del funzionalismo e capace di comunicare i valori della fede cristiana. Quando tenta di continuare questa ricerca nel centro culturale di Sarospatak, all’interno della riserva naturale del Pils, l’ establishment politico si accorge del suo non allineamento, lo estromette dal suo gruppo di progettazione e gli ritira il permesso di esercitare la professione.
Gli viene però accordata la possibilità di continuare a lavorare purché ciò avvenga all’interno della riserva, e questa sorta di «confino» si rivela per l’architetto una straordinaria esperienza di vita. Lontano dalla città, a contatto con la natura, Imre Makovetz scopre tutte le virtualità ancora inutilizzate della tecnica della costruzione in legno e nello stesso tempo orienta il suo pensiero verso la propria interiorità.
In una situazione politica meno repressiva, nel 1984, Macovecz può tornare a Budapest e fondare, con un drappello di giovani amici, il gruppo Makona. Esplode così il fenomeno della architettura organica ungherese, un indirizzo che all’interno della post-modernità rifiuta il superficiale edonismo e lo sradicamento che domina nel mondo anglo-sassone per riscoprire le radici locali della architettura e il messaggio naturalistico dell’Art Nouveau che aveva trovato in Ungheria, all’inizio del secolo interpreti del calibro di Kos Karoly e Odon Lechner.
«Abbiamo bisogno — scriveva Makovecz nel 1985 — nell’Europa dell’Est di un nuovo e libero destino. Abbiamo bisogno di una nuova vita che incorpori le nostre tradizioni e la nostra storia per fare ciò che è necessario per la nostra sopravvivenza in Europa. Le nostre case suggeriscono una antica atmosfera, talvolta tenebrosa. Le voci del popolo, da lungo tempo interrotte possono essere udite dalle mura, le nostre cupole ci sovrastano come il cielo. I motivi dell’arte popolare del nostro disperso gruppo etnico ritornano in strutture tridimensionali. I nostri antenati, cacciati dalle nostre coscienze, ora ritornano per parlarci, per aiutarci a costruire ciò in cui crediamo, per appartenere a questo luogo».
Questa filosofia, rivolta con eguale intensità al passato e al futuro da costruire ispira all’architetto un linguaggio altamente simbolico che gli consente di comunicare sentimenti elementari e profondi come la solidarietà, l’amore e il rispetto per la terra, il piacere di stare insieme e di colloquiare. Esemplare, in questo senso, il villaggio di Kakasd, unione forzata di più villaggi imposta dal regime sovietico in cui l’architettura invita al dialogo e all’intesa attraverso il dialogo muto tra due torri diverse ma ravvicinate che alludono ai valori etnici delle due comunità.
Dagli anni Ottanta in poi Makovecz costruisce centinaia di edifici e, nel 1992, con il padiglione ungherese nell’Expò di Siviglia raggiunge la notorietà internazionale. Nel 2000 l’università romana della Sapienza gli concede la laurea honoris causa e mostre delle sue opere si aprono in tutto il mondo. Recentemente, per merito di Sandro Barbagallo viene invitato a offrire un dono a Benedetto XVI, uno splendido disegno per la cattedrale di Budapest, progetto purtroppo non accettato dalla diocesi.
È proprio nel campo della architettura religiosa che l’arte di Makovecz ha trovato il campo di espressione più sentito e congeniale. Le chiese, cattoliche o protestanti, esprimono tutte una volontà di rendere visibile la fede, di evocare l’evento sacro della Eucarestia con segni eloquenti che trasportino i fedeli nel cuore di un evento soprannaturale. Le forme della natura entrano direttamente nella definizione delle strutture e dei dettagli a volte preservando le ramificazioni dell’albero, quasi a esprimere la venerazione per questa espressione suprema della vita sospesa tra la terra e il cielo.
Qualche volta l’architetto è stato attaccato per l’inserimento nell’immaginario delle chiese di elementi tenebrosi, come avveniva del resto normalmente nella architettura romanica. La ragione di questo aspetto è, come nel romanico, una ragione simbolica: tenebre e luce sono per Imre Makovecz realtà inseparabili e la riduzione della fede alla celebrazione di un mondo idillico, senza contrasti, dove la comunità si isola ignorando le contraddizioni e le follie del mondo lasciato a se stesso «fuori della porta» voleva dire, per il suo modo di pensare, rinunciare alla sfida di migliorare la vita degli uomini e dimenticare l’insegnamento cristiano.
Il simbolo più eloquente del lavoro di Makovecz rimane l’albero della mostra di Siviglia, un albero con la sua chioma ma con le radici scoperte ed evidenti. Come per dire che senza radici, senza l’insegnamento del passato, il futuro non può essere che un impoverimento, un inaridimento dell’umanità.
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Fonte: L'Osservatore Romano
www.osservatoreromano.va/it/news/senza-radici-non-ce-architettura
venerdì 23 agosto 2019
AARON GREEN L’EVOLUZIONE DELL’ ARCHITETTURA ORGANICA
Esposizione/
Exhibition/ Ausstellung, 28 settembre-12 ottobre 2019, Volterra
La
magia del disegno : AARON GREEN
L’EVOLUZIONE DELL’ ARCHITETTURA ORGANICA
L’EVOLUZIONE DELL’ ARCHITETTURA ORGANICA
Aaron Green a Taliesin
ESPOSIZIONE
28
settembre – 12 ottobre 2019
Logge
di Palazzo Pretorio, Volterra
Orario
di apertura: 10,00 – 19,00 ingresso libero
Inaugurazione
dell’esposizione:
28
settembre 2019 ore 11,00 Palazzo dei Priori, Volterra
CONVEGNO
28
settembre 0re 15,30 Villa Palagione – Centro Interculturale
- "L’evoluzione
dell’architettura organica“ Introduzione del curatore Giuliano
Chelazzi
- "Aaron
Green e l’architettura organica“ Randolph Henning (Lewisville, North Carolina)
- Oren Lavee (San Francisco, California)
- Oren Lavee (San Francisco, California)
Segue
discussione
Si
prega di confermare la partecipazione
In
collaborazione
Jan Novie, President Aaron Green Inc., Berkeley, California.
Allan Green (Philo, California)
Con il Patrocinio del Comune di Volterra, Italia.
Ideazione, realizzazione e organizzazione:
Associazione
culturale AMICI DI FRANK LLOYD WRIGHT Volterra - Toscana
Presidente:
dott. Arch. Giuliano Chelazzi,
giuliano.chelazzi@libero.it
Tel. 058887369
Sede
sociale:
VILLA
PALAGIONE – CENTRO INTERCULTURALE,
Loc.
Palagione, 56048 Volterra
Tel.
0039 0588 39014, Mobile 0039 3404856 289
Paul
Residence, Stanford, California
Ohta
Residence, Soquel, California
AARON GREEN : L'EVOLUZIONE DELL'ARCHITETTURA ORGANICA
L’esposizione
“Biennale dell’Architettura Organica” intende questa volta
rendere onore ad un esponente di eccezionali qualità professionali,
ma non molto noto per la sua presenza quasi in sordina, assolutamente
scevra di protagonismo.
Nessuna
personalità nel campo dell’architettura può essere avvicinata a
Frank Lloyd Wright meglio di Aaron Green. Esisteva tra i due grandi
architetti una totale diversità di carattere, ma una identità nella
impostazione filosofica e nelle capacità espressive del disegno. Era
l’epoca in cui il rendering
era la prospettiva ben impostata e realizzata con effetti grafici
ineguagliabili. Nati e cresciuti in due mondi diversi, quasi
contrapposti, non esitarono ad accordarsi per condurre progetti in
comune. Green aveva il talento dell’artista, sensibile e discreto.
Conscio delle proprie qualità e dei propri limiti, si gettava
infaticabilmente nel lavoro con la fede appresa da Wright. I suoi
edifici sono da considerarsi come la evoluzione del linguaggio
wrightiano, meno esasperati e certamente pervasi da una compiuta
serenità, quasi assente nell’architettura di Wright. La natura non
solo si integra con gli edifici attraverso le ampie finestre, ma vi
penetra e determina la distribuzione funzionale. La sua architettura
si presenta piacevole e misuratamente umana, come già nei primi
capolavori delle case Reif e Bartholomew, ma anche nelle magnifiche
successive case Otha e Allan Green. Uno dei suoi punti di forza
rimasero le realizzazioni nell’architettura sociale, per culminare
con la sorprendente American Hebrew Academy, che ripercorre in una
versione molto personale lo spirito del Florida Southern College di
Wright.
Allan Green Residence, Philo, California
Greenwood Ridge Vineyards, Philo, California
Bartholomew Residence, Los Altos, California
St. Stephen Catholic Church, Oakland, California
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Si comunica che il
7° Raduno ADAO - Amici dell'Architettura Organica 2019
si svolgerà a Volterra in coincidenza con l'Esposizione-Convegno
" AARON GREEN : l'evoluzione dell'Architettura Organica "
28 settembre - 12 ottobre
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