sabato 12 ottobre 2019

Un ricordo dell'artista ungherese Imre Makovecz


SENZA RADICI NON C'E' ARCHITETTURA
Un ricordo dell'artista ungherese Imre Makovecz


Csengeri Úrszínváltozás görögkeleti templom. Makovecz Imre




In tempi di globalizzazione e di omologazione culturale un architetto come Imre, profondamente ungherese, cioè profondamente e appassionatamente legato alla propria terra e alle sue tradizioni, potrebbe sembrare un personaggio ancronistico. Macovecz è stato invece un testimone tra i più importanti nel campo dell’arte di questo nostro tempo travagliato e contraddittorio e senza di lui un aspetto molto significativo della modernità sarebbe rimasto inespresso.
Imre Makovecz inizia la sua carriera negli anni Sessanta, dopo i famosi fatti che vedono i carri armati sovietici sopprimere con la violenza la rivolta contro il regime. In principio lavora all’interno di uno studio collettivo, ma non segue l’indirizzo, imposto dai sovietici, che privilegia la prefabbricazione e vede l’espressione individuale come un pericolo da evitare. Coraggiosamente i suoi progetti si ispirano da una parte alla tradizione popolare, dall’altra all’architettura organica e alle teorie steineriane. Nel 1975 realizza una cappella mortuaria che è il manifesto di una architettura liberata dai dogmi del funzionalismo e capace di comunicare i valori della fede cristiana. Quando tenta di continuare questa ricerca nel centro culturale di Sarospatak, all’interno della riserva naturale del Pils, l’ establishment politico si accorge del suo non allineamento, lo estromette dal suo gruppo di progettazione e gli ritira il permesso di esercitare la professione.
Gli viene però accordata la possibilità di continuare a lavorare purché ciò avvenga all’interno della riserva, e questa sorta di «confino» si rivela per l’architetto una straordinaria esperienza di vita. Lontano dalla città, a contatto con la natura, Imre Makovetz scopre tutte le virtualità ancora inutilizzate della tecnica della costruzione in legno e nello stesso tempo orienta il suo pensiero verso la propria interiorità.
In una situazione politica meno repressiva, nel 1984, Macovecz può tornare a Budapest e fondare, con un drappello di giovani amici, il gruppo Makona. Esplode così il fenomeno della architettura organica ungherese, un indirizzo che all’interno della post-modernità rifiuta il superficiale edonismo e lo sradicamento che domina nel mondo anglo-sassone per riscoprire le radici locali della architettura e il messaggio naturalistico dell’Art Nouveau che aveva trovato in Ungheria, all’inizio del secolo interpreti del calibro di Kos Karoly e Odon Lechner.
«Abbiamo bisogno — scriveva Makovecz nel 1985 — nell’Europa dell’Est di un nuovo e libero destino. Abbiamo bisogno di una nuova vita che incorpori le nostre tradizioni e la nostra storia per fare ciò che è necessario per la nostra sopravvivenza in Europa. Le nostre case suggeriscono una antica atmosfera, talvolta tenebrosa. Le voci del popolo, da lungo tempo interrotte possono essere udite dalle mura, le nostre cupole ci sovrastano come il cielo. I motivi dell’arte popolare del nostro disperso gruppo etnico ritornano in strutture tridimensionali. I nostri antenati, cacciati dalle nostre coscienze, ora ritornano per parlarci, per aiutarci a costruire ciò in cui crediamo, per appartenere a questo luogo».
Questa filosofia, rivolta con eguale intensità al passato e al futuro da costruire ispira all’architetto un linguaggio altamente simbolico che gli consente di comunicare sentimenti elementari e profondi come la solidarietà, l’amore e il rispetto per la terra, il piacere di stare insieme e di colloquiare. Esemplare, in questo senso, il villaggio di Kakasd, unione forzata di più villaggi imposta dal regime sovietico in cui l’architettura invita al dialogo e all’intesa attraverso il dialogo muto tra due torri diverse ma ravvicinate che alludono ai valori etnici delle due comunità.
Dagli anni Ottanta in poi Makovecz costruisce centinaia di edifici e, nel 1992, con il padiglione ungherese nell’Expò di Siviglia raggiunge la notorietà internazionale. Nel 2000 l’università romana della Sapienza gli concede la laurea honoris causa e mostre delle sue opere si aprono in tutto il mondo. Recentemente, per merito di Sandro Barbagallo viene invitato a offrire un dono a Benedetto XVI, uno splendido disegno per la cattedrale di Budapest, progetto purtroppo non accettato dalla diocesi.
È proprio nel campo della architettura religiosa che l’arte di Makovecz ha trovato il campo di espressione più sentito e congeniale. Le chiese, cattoliche o protestanti, esprimono tutte una volontà di rendere visibile la fede, di evocare l’evento sacro della Eucarestia con segni eloquenti che trasportino i fedeli nel cuore di un evento soprannaturale. Le forme della natura entrano direttamente nella definizione delle strutture e dei dettagli a volte preservando le ramificazioni dell’albero, quasi a esprimere la venerazione per questa espressione suprema della vita sospesa tra la terra e il cielo.
Qualche volta l’architetto è stato attaccato per l’inserimento nell’immaginario delle chiese di elementi tenebrosi, come avveniva del resto normalmente nella architettura romanica. La ragione di questo aspetto è, come nel romanico, una ragione simbolica: tenebre e luce sono per Imre Makovecz realtà inseparabili e la riduzione della fede alla celebrazione di un mondo idillico, senza contrasti, dove la comunità si isola ignorando le contraddizioni e le follie del mondo lasciato a se stesso «fuori della porta» voleva dire, per il suo modo di pensare, rinunciare alla sfida di migliorare la vita degli uomini e dimenticare l’insegnamento cristiano.
Il simbolo più eloquente del lavoro di Makovecz rimane l’albero della mostra di Siviglia, un albero con la sua chioma ma con le radici scoperte ed evidenti. Come per dire che senza radici, senza l’insegnamento del passato, il futuro non può essere che un impoverimento, un inaridimento dell’umanità.


-----------------------------------------------------------------------------------------
Fonte: L'Osservatore Romano
  www.osservatoreromano.va/it/news/senza-radici-non-ce-architettura


venerdì 23 agosto 2019

AARON GREEN L’EVOLUZIONE DELL’ ARCHITETTURA ORGANICA

Esposizione/ Exhibition/ Ausstellung, 28 settembre-12 ottobre 2019, Volterra

La magia del disegno : AARON GREEN
L’EVOLUZIONE DELL’ ARCHITETTURA ORGANICA
 Aaron Green a Taliesin
ESPOSIZIONE
28 settembre – 12 ottobre 2019
Logge di Palazzo Pretorio, Volterra
Orario di apertura: 10,00 – 19,00 ingresso libero
Inaugurazione dell’esposizione:
28 settembre 2019 ore 11,00 Palazzo dei Priori, Volterra

CONVEGNO
28 settembre 0re 15,30 Villa Palagione – Centro Interculturale
- "L’evoluzione dell’architettura organica“  Introduzione del curatore Giuliano Chelazzi
- "Aaron Green e l’architettura organica“  Randolph Henning (Lewisville, North Carolina)
-  Oren Lavee (San Francisco, California)
Segue discussione
Si prega di confermare la partecipazione

In collaborazione
Jan Novie, President Aaron Green Inc., Berkeley, California.
Allan Green (Philo, California)
Con il Patrocinio del Comune di Volterra, Italia. 

Ideazione, realizzazione e organizzazione:
Associazione culturale AMICI DI FRANK LLOYD WRIGHT Volterra - Toscana
Presidente: dott. Arch. Giuliano Chelazzi,
Sede sociale:
VILLA PALAGIONE – CENTRO INTERCULTURALE,
Loc. Palagione, 56048 Volterra
Tel. 0039 0588 39014, Mobile 0039 3404856 289

 Paul Residence, Stanford, California


Ohta Residence, Soquel, California


AARON GREEN : L'EVOLUZIONE DELL'ARCHITETTURA ORGANICA

L’esposizione “Biennale dell’Architettura Organica” intende questa volta rendere onore ad un esponente di eccezionali qualità professionali, ma non molto noto per la sua presenza quasi in sordina, assolutamente scevra di protagonismo.

Nessuna personalità nel campo dell’architettura può essere avvicinata a Frank Lloyd Wright meglio di Aaron Green. Esisteva tra i due grandi architetti una totale diversità di carattere, ma una identità nella impostazione filosofica e nelle capacità espressive del disegno. Era l’epoca in cui il rendering era la prospettiva ben impostata e realizzata con effetti grafici ineguagliabili. Nati e cresciuti in due mondi diversi, quasi contrapposti, non esitarono ad accordarsi per condurre progetti in comune. Green aveva il talento dell’artista, sensibile e discreto. Conscio delle proprie qualità e dei propri limiti, si gettava infaticabilmente nel lavoro con la fede appresa da Wright. I suoi edifici sono da considerarsi come la evoluzione del linguaggio wrightiano, meno esasperati e certamente pervasi da una compiuta serenità, quasi assente nell’architettura di Wright. La natura non solo si integra con gli edifici attraverso le ampie finestre, ma vi penetra e determina la distribuzione funzionale. La sua architettura si presenta piacevole e misuratamente umana, come già nei primi capolavori delle case Reif e Bartholomew, ma anche nelle magnifiche successive case Otha e Allan Green. Uno dei suoi punti di forza rimasero le realizzazioni nell’architettura sociale, per culminare con la sorprendente American Hebrew Academy, che ripercorre in una versione molto personale lo spirito del Florida Southern College di Wright.


Allan Green Residence, Philo, California


 Greenwood Ridge Vineyards, Philo, California

Bartholomew Residence, Los Altos, California


St. Stephen Catholic Church, Oakland, California



***********************************************************************************

Si comunica che il
 7° Raduno ADAO - Amici dell'Architettura Organica 2019 
si svolgerà a Volterra in coincidenza con l'Esposizione-Convegno 
" AARON GREEN : l'evoluzione dell'Architettura Organica "
28 settembre - 12 ottobre


lunedì 22 luglio 2019

EUINE FAY JONES Architettura Organica come bellezza interiore (1921-2004)


EUINE FAY JONES
Architettura Organica come bellezza interiore (1921-2004)     

                
     

Euine Fay Jones, world renowned architect, born in Pine Bluff on January 31, 1921,  and died  August 30 , 2004 .
Jones received a bachelor's degree in architecture from the University of Arkansas in 1950. He earned his master's degree in architecture from Rice University in 1951 and received a Taliesin Fellowship, which enabled him to study with architect Frank Lloyd Wright, in 1953. Jones later received an honorary degree from the U of A in 1990.
Jones had a long and distinguished professional career that combined teaching and practice. He taught at the University of Oklahoma and had a long tenure at the University of Arkansas as a design professor, chairperson of the department from 1966-1974 and dean from 1974-1976. He was a professor emeritus.
Jones was a winner of American architecture's highest honor in 1990, the American Institute of Architects Gold Medal, and was the best-known of Frank Lloyd Wright's students. He created what has been termed "Ozark Architecture," considered by some a misnomer since the style exists across the country in cities, towns and rural areas.
In 1991, members of AIA ranked Jones among the 10 most influential architects of the time, a list that also included I. M. Pei, Robert Venturi, Charles Moore and Michael Graves.
In 2000, Jones' Thorncrown Chapel in Eureka Springs, Ark., was voted the fourth best building of the 20th century, after Fallingwater and New York's Chrysler and Seagram's buildings. Robert Ivy, architecture scholar and critic, describes Thorncrown as "arguably among 20th century's great works of art."
Jones created 135 residences and 15 chapels and churches in 20 different states, as well as an assortment of other structures including fountains, gardens, and commercial buildings. He published 32 books.





   
Thorncrown Chapel in Eureka Springs, Arkansas.


Jones was a quiet and unassuming architect who preferred the quiet isolation of the Arkansas mountains to the urban landscape. Jones ignored architectural trends and instead focused on his own organic aesthetic with materials found in the Ozarks and familiar traditional forms from his home region.
Jones work focused primarily on the intimate rather than the grandiose. Jones most renowned works are chapels and private homes rather than skyscrapers. Jones used Frank Lloyd Wright's principles and created buildings that had a distinct Wrightean feel to them.
Jones most famous buildings are the Thorncrown Chapel in Eureka Springs, Arkansas and the Mildred B. Cooper Memorial Chapel in Bella Vista, Arkansas. Both of these buildings are simple and transcendental creations of wood.
          
 
 
 

 
Fonte :  www.fayjones.org
http://www.thorncrown.com
http://uark.edu/jones.html
http://encyclopedia.thefreedictionary.com/E.%20Fay%20Jones 













FRANCESCO D'AYALA VALVA (1928) Architettura Organica Italiana, allievo di Frank Lloyd Wright


FRANCESCO D'AYALA VALVA   (1927-2018)
Architettura Organica Italiana, allievo di Frank Lloyd Wright   

                
   
 
Francesco D'Ayala Valva, vinto il concorso Fulbright di architettura per l'Italia, ha lavorato con Frank Lloyd Wright - maestro dell'Architettura Organica - in Arizona e Wisconsin; in Messico con Mario Pani ed in proprio; a Roma come socio della Building design Partnership di Londra, ad attualmente in proprio.
Progetta case, complessi, fabbriche, chiese, ristrutturazioni, con giardini e/o sistemazioni nell'ambiente, in Italia, Belgio, Regno Unito, Liechtenstein, America Latina, Medio Oriente, Sudan, Gabon.
Le sue linee guida nella progettazione sono: il carattere dei committenti, le difficoltà del terreno (che considera la sua ricchezza fondamentale), i limiti economici e amministrativi e la continuità con l'ambiente, naturale o costruito con cui ricerca contrasto o accordo.
Attinge dallo Zen, soprattutto nei giardini, e dalla sua trasposizione nel giardino cosiddetto inglese, ma soprattutto dal paesaggio toscano e dall'integrazione in esso delle case coloniche, manifestazione esemplare e inconsapevole della capacità di trascendere povertà di materiali e cultura in sincerità, movimento e leggerezza.
 
 
Francesco D'Ayala Valva mentre modella la testa di Frank Lloyd Wright, 
Taliesin West, USA, 1953.
 
"...Perché ogni costruzione deve essere come un quadro (o nel migliore dei casi un volume, una scultura), un insieme di quadri, un insieme di facciate, senza rapporto con l'interno, o con la vita, senza cura o rapporto con l'orientamento, il cielo o con l'esterno ? Le finestre buchi in fila curandone solo la composizione in facciata ?
Il guaio è che, tra l'America recentissima e gigante, dagli spazi immensi e il cielo lontanissimo e l'Europa vecchissima e presepe leonardesco con cielo a portata di mano c'è un'enorme differenza di gratitudine.  E' un'adorazione esclusiva per le due dimensioni... (mentre l'America vive dovunque nelle tre dimensioni. O forse quattro e più).
Da noi, quindi, sembra dimenticata la lezione dell'Agorà e dell'Eretteo, del medioevo, del Borromini e del Bernini e della loro volontà di creare spazi, quello che la gente vive. Ignorato Hassan Fathy. Dimenticato il compito dell'architettura di esaltare l'individuo, non di solo ospitarlo. (L'abbraccio del colonnato di San Pietro dà valore a ogni individuo della folla, l'Aula Nervi schiaccia tutti, anche il Papa, per non parlare dell'ignobile antireligioso complesso di Padre Pio).
Dimenticato la gioia del passare del tempo, della patina. Anche quello della cristallina calce, così luminosa ed economica, così capace di arricchire, cambiando con gli anni, con i venti e la pioggia e con il sole, le superfici che ricopre, modulandole nel corso della giornata. Ignorata la fondamentale importanza dei rapporti, dei legami - con la natura - con gli altri edifici, presenti e possibili futuri, con il terreno tra di loro (di risulta!), che spesso è quello che la gente vive di più.
Ogni costruzione sembra voler essere un monumento, è fine a se stesso. Quanti dei disordini degli ultimi anni dipendono dallo squallore delle facciate unite sembra a caso nemica ciascuna della comunicazione, mentre Siena, i cui abitanti possono identificarsi fortemente con gli spazi, quartieri in cui vivono, le contrade (e da queste, tra l'altro è nato il Palio e quel magnifico terreno "di risulta" intorno al sale che è Piazza del Campo), non conosce un fatto di sangue da decine d'anni.
Tutto questo è ignorato o dimenticato. (Senza nessuna "scusa" economica: le facciate di Piazza del Campo sono di semplici mattoni). E pure questo è il pensiero dell'Architettura Organica, già presente dovunque, nell'architettura detta "classica", che noi ammiriamo appunto per le sue facciate, colonne e trabeazioni, il nostro linguaggio da "salotto buono" da duemila anni. Insieme con il risparmio energetico, ad essa connaturato. Basta lavorarci con un minimo di gratitudine.
Questo ho imparato dal "grido" di Mr. Wright. E dal contatto con il materiale, struttura e natura e con il pensiero dovunque nel mondo io abbia lavorato e lavori, della luce, dell'orientamento, dello spazio che devono creare, la forma viene da se.
"Take care of the terminals for the rest will take care of itself..." (prenditi cura delle finalità, per il resto si prenderà cura da sè...)
Francesco D'Ayala Valva
         
   





Foto della Casa alla Olgiata, Roma, progetto di Francesco D'Ayala Valva.




Inaugurazione Mostra su Frank Lloyd Wright a Villa Palagione, 
Volterra, 29 settembre 2007
Da sinistra (from left): Carlo Sarno (Presidente ADAO), Carmine Sarno (ADAO), Franco d'Ayala Valva (allievo di Wright a Taliesin), Kamal Amin (allievo di Wright a Taliesin), Giovanni Del Drago (allievo di Wright a Taliesin), Giulianno Chelazzi (curatore della Mostra e Presidente dell'Associazione Amici di Frank Lloyd Wright), Ivo Gabellieri (Vice-Presidente della Fondazione della Cassa di Risparmio di Volterra).


 



 

Fonti : 

- Rivista CONTINUITA' DELL'ARCHITETTURA ORGANICA , N°1 - Aprile 2009, a cura dell'Associazione "Amici di Frank Lloyd Wright".
- Articolo su Sito web di Margarita Guarderas: www.margaritaguarderas.com/?q=taxonomy/term/137 


- DVD "La Casa del Padre", il documentario su suo padre l'architetto organico Franco d'Ayala Valva, di Sebastiano D'Ayala Valva (2010).


 
Un ritratto dell’architetto italiano Franco d’Ayala Valva realizzato da suo figlio, che tenta di capire il padre immergendosi nel sua vita e nel suo lavoro. Padre di sei figli e sposato tre volte, questo discepolo ottantenne del genio americano Frank Lloyd Wright, ha passato più di 50 anni a costruire case nel mondo e non ha nessuna intenzione di fermarsi, neanche durante un ricovero in ospedale. Il figlio segue la vita tumultuosa del padre sia al lavoro sia in famiglia, esplorando un’esistenza dove il confine fra la vita privata e la vita professionale è confusa. Dalle colline tondeggianti del Chianti, dove sta costruendo la sua casa da più di vent’anni, al deserto dell’Arizona, dove ha vissuto nella singolare comunità di Wright  - “Taliesin” , alle città del Messico  dove scopriremo se le sue prime opere sono ancora in piedi, “La Casa del Padre” documenta la ricerca d’identità  di un figlio e l’ultimazione delle ultime opere architettoniche di suo padre.


Sebastiano d'Ayala Valva










GIULIO DE LUCA Maestro dell'Architettura Organica Italiana ( 1912-2004 )



GIULIO  DE  LUCA
Maestro dell'Architettura Organica Italiana  ( 1912-2004 )   
       
        
        
 
Giulio De Luca è nato a Napoli nel 1912 . Dopo una preparazione artistica in scultura si è laureato in Architettura a Napoli nel 1934. Dapprima Titolare della Cattedra di Elementi di Architettura e Rilievo dei Monumenti e direttore del Seminario di Urbanistica, poi docente Ordinario di Progettazione presso la Facoltà di Architettura di Napoli.
Dopo la deportazione in Germania per motivi politici, durante la II° guerra mondiale, ed il ritorno in patria, si dedica con entusiasmo e competenza alla ricostruzione post-bellica con una intensa attività progettuale accompagnata ad una particolare attenzione al rinnovamento dell'insegnamento nelle Facoltà di Architettura.
De Luca struttura il percorso formativo in tre periodi: il primo a carattere formativo, il secondo professionale e specializzato, il terzo di sintesi. Nella prima fase l'insegnamento è costituito da tre direttrici preferenziali: quella scientifico-tecnica, quella umanistica, e quella artistica comparativa. Nel secondo periodo, terminata l'acquisizione nozionistica e la preparazione umanistica, la preparazione degli studenti dovrebbe affrontare questioni tecniche e la composizione. La fase conclusiva della formazione dovrebbe, infine, portare all'elaborazione completa di un progetto architettonico.  (tratto dall'art. di G. De Luca : Sulla riforma dell'insegnamento nelle Facoltà d'Architettura, Metron N°9, 1946, pag. 71-76).
Nel dopoguerra Giulio De Luca ha fatto parte dell'A.P.A.O. , l'Associazione Per l'Architettura Organica fondata da Bruno Zevi nel 1945, ed ha promosso un rinnovamento dell'architettura italiana ed in particolare meridionale, contro il monumentalismo e classicismo accademico allora imperante . La sua architettura organica si sviluppa dai principi del funzionalismo, che integra e supera poeticamente con una appassionata ricerca linguistica caratterizzata da un  plasticismo dinamico libero su cui si innesta  la matrice organica, esaltando il rapporto con l'ambiente e lo spazio antropizzato. 
Il professore Giulio De Luca ha formato con la sua didattica innovativa generazioni di studenti all'architettura organica contemporanea, tra cui si ricordano Antonio Sarno e Aldo Loris Rossi .
Tra le opere ricordiamo : Teatro all'aperto "Arena Flegrea" alla Mostra d'Oltremare in Napoli , 1938-39 ;  Concorso vinto nel 1954 per la realizzazione della nuova Stazione Centrale di Napoli (insieme a Carlo Cocchia , Bruno Zevi , Luigi Piccinato , Giuseppe Vaccaro , Pier Luigi Nervi ed altri) ;  Nuovo ospedale Domenico Cotugno (1955-58) a Napoli ; Rione INA-Casa " La Loggetta " con Chiesa parrochiale a Napoli ; edificio per la balneo-fango-terapia per le Terme di Agnano ; l'Albergo a Punta Molino , Ischia , Napoli (1962-64) ; il Terminal della Circumvesuviana in Corso Garibaldi (1972-75 , in collaborazione con Arrigo Marsiglia) .
 
 

  Cinema , ristorante , bar , sala da ballo sulla spiaggia in Versilia , Toscana , 1947.
 
Scrive Giulio De Luca nel 1947 del suo progetto di Cinema in Versilia :

" ...Quando fui chiamato a progettare questo impianto di cinematografo con annessi ristorante  bagno e terrazza per il ballo sulla spiaggia della Versilia, recatomi sul posto, mi resi immediatamente conto che in un ambiente già totalmente pregiudicato da un'edilizia balneare assolutamente caotica, a meno che non si voglia intendere per carattere la banalità spinta a sistema, o l'arbitrio alla 900, in una tale edilizia occorreva portare una nota che suonasse come una sveglia, che rappresentasse un esempio di quel che potrebbe essere una spiaggia, qualora gli elementi forma e colore fossero opportunamente giocati .  Io vedevo tutta la spiaggia animata da una vibrante parete di tendoni ed elementi colorati, sfolgorante al sole.  Immaginate una lunga distesa di spiaggia a perdita d'occhio, e su di essa, in un susseguirsi monotono e arido, baracche, baracche e baracche.   Immaginate questa lunga distesa animarsi d'un tratto di colori vivaci, quali il nostro sole mediterraneo può sopportare, contrastanti con l'azzurro del mare e del cielo, come pennellate violente legate insieme da un sottofondo di bianco.  Immaginate una architettura in movimento, ed avrete delle masse vive, vibranti al vento, varie col variare delle luci.  Non mi era dato purtroppo di poter trasformare tutto il lido.  Solo un modesto edificio dovevo progettare.  Ho voluto che esso fosse una forma in movimento fermatasi un istante, e quasi in attesa di fuggir via.  Ho voluto che esso rappresentasse una squilla anche per il colore.  Lo spazio a mia disposizione era poco, e le richieste del committente molte : cinema, ristorante, caffè, terrazza per ballare, stabilimento balneare.  Tutto questo ho cercato di riunire insieme in un unico complesso che fosse una specie di involucro murario racchiuso intorno ad uno spazio la cui forma fosse rigidamente determinata dalla funzione.  Su tutto ho cercato di gettare un soffio di poesia.  Tale edificio si deve intendere pertanto più come un sogno di poeta che come il ragionamento di un puro tecnico ..." .  Giulio De Luca .

  





 
  Albergo a Punta Molino , Ischia , Napoli , 1962-64 .
 

 

 
Fonti : 
- Rivista METRON , N°9 - 15 , Editrice Sandron , Roma , 1947 .
- Catalogo Bolaffi dell'Architettura Italiana 1963-1966 , a cura di Pier Carlo Santini e Giuseppe Luigi Marini , Giulio Bolaffi Editore , Torino , 1966 .
- Tesi di Dottorato (2006) di Barbara Bertoli, Università degli Studi di Napoli Federico II°  :
GIULIO DE LUCA 1912-2004 , sperimentazioni successi e fallimenti tra razionalismo e organicismo    www.fedoa.unina.it/1638/1/Bertoli_Storia_dell_Architettura_e_della_Citta.pdf















Post più popolari