Leonardo Ricci: architettura organica esistenziale
di Carlo Sarno
INTRODUZIONE
L'architettura organica di Leonardo Ricci (1918-1994) non è un semplice stile estetico, ma una visione esistenzialista e democratica dello spazio, profondamente influenzata dal suo maestro Giovanni Michelucci e dal pensiero di Frank Lloyd Wright.
Caratteristiche Fondamentali
Primato dello Spazio Esistenziale: Ricci rifiuta le forme prestabilite. Per lui, lo spazio deve essere modellato dagli atti di vita di chi lo abita, risultando dinamico, asimmetrico e continuo.
Fusione con il Territorio: Le sue strutture sembrano "nascere" dal suolo. Utilizza spesso muri a scarpata e materiali locali come la pietra viva per eliminare il confine tra natura e costruito.
Materiali e Linguaggio: Predilige la pietra scabra, il cemento armato a vista e il vetro, combinando una matrice brutalista con una fluidità spaziale che accoglie la luce come elemento progettuale.
Funzione Sociale: L'architettura è intesa come strumento per creare comunità. Questo approccio "organico-sociale" si oppone al rigore dei contenitori abitativi tradizionali (come l'Unité d'Habitation di Le Corbusier).
Opere Rappresentative
Villaggio di Monterinaldi (Firenze): Un esperimento di "villaggio utopistico" dove le abitazioni si adattano alle curve di livello della collina, utilizzando la stessa pietra del sito.
Villaggio Monte degli Ulivi (Riesi): Un complesso comunitario in Sicilia che integra architettura, agricoltura e vita sociale in un organismo unitario.
Quartiere di Sorgane (Firenze): Celebre per la macrostruttura "La Nave", un esempio di organismo architettonico complesso e flessibile.
Palazzo di Giustizia di Savona: Opera matura dove le forme plastiche e il cemento definiscono uno spazio pubblico monumentale ma integrato.
Villa Balmain, 1958, Isola d' Elba
FILOSOFIA E ARCHITETTURA DI LEONARDO RICCI
La teoria di Leonardo Ricci non è un manuale di regole compositive, ma una filosofia dell'azione. Il suo pensiero è riassunto nel libro "Anonimo del XX secolo" (1962), dove l'architettura diventa un mezzo per liberare l'individuo dalle sovrastrutture sociali.
I pilastri del suo pensiero teorico sono:
1. L'Esistenzialismo e l'Atto di Vita
Influenzato da Jean-Paul Sartre, Ricci sostiene che l'architettura debba nascere dagli "atti di vita" quotidiani. Non progetta "case", ma spazi che assecondano il movimento e le relazioni umane. Per lui, "basta esistere" perché un luogo diventi architettura: l'edificio è solo il supporto fisico di un'esperienza esistenziale.
2. Il Concetto di "Anonimo"
Ricci aspira a un'architettura anonima, non nel senso di priva di qualità, ma priva di personalismo e monumentale arroganza. L'architetto deve farsi interprete dei bisogni della comunità, scomparendo dietro l'utilità e la verità dello spazio creato.
3. Lo Spazio Comunitario (vs. Corbusier)
A differenza del "contenitore" rigido dell'Unité d'Habitation di Le Corbusier, Ricci propone macrostrutture flessibili. La sua teoria prevede organismi architettonici che possano crescere e trasformarsi insieme alla società che li abita, come dimostrato nel progetto della "Nave" a Sorgane.
4. Integrazione Organica e Materialità
La sua teoria organica, ispirata a Frank Lloyd Wright, rifiuta la scatola chiusa. Gli elementi chiave sono:
Muri a scarpata e pietra viva: Per radicare l'opera al suolo, rendendola un'estensione della terra.
Fluidità spaziale: Assenza di barriere nette tra interno ed esterno per favorire la libertà di movimento.
Segnale etico: Ogni scelta formale deve avere un valore comportamentale, educando chi lo abita a una vita più autentica.
MANIFESTO DELL'ESISTENZIALISMO DI LEONARDO RICCI
Il saggio "Anonimo del XX secolo" (pubblicato a New York nel 1962 e in Italia nel 1965 da Il Saggiatore) è considerato il manifesto dell'esistenzialismo architettonico di Leonardo Ricci. Più che un trattato tecnico, è un "libro-diario" che mescola pittura, urbanistica e riflessione etica.
Ecco i punti cardine della sua filosofia espressa nel testo:
1. Il Mito dell'"Anonimo"
Ricci rifiuta la figura dell'architetto-demiurgo che impone la propria firma monumentale. L'Anonimo è l'individuo liberato dai miti del passato e dalle sovrastrutture sociali. L'architetto deve limitarsi a fornire gli strumenti affinché ogni uomo possa diventare "progettista" della propria esistenza, in un processo di democratizzazione radicale dello spazio.
2. "Basta Esistere"
Questo è il concetto centrale del saggio: l'architettura non deve aggiungere complicazioni estetiche, ma deve solo permettere alla vita di accadere. La progettazione nasce dalla "sensazione degli oggetti" e degli atti quotidiani (mangiare, dormire, incontrarsi), che Ricci descrive come l'unica vera fonte di senso per lo spazio costruito.
3. La Città-Terra
Ricci propone una visione urbanistica globale che chiama "Città-Terra". Supera l'idea della città come agglomerato chiuso, immaginando un'osmosi continua tra uomo, natura e tecnologia. Le sue macrostrutture (come quella di Sorgane) sono pensate per essere organismi aperti, in grado di accogliere la complessità della vita moderna senza ingabbiarla.
4. L'Interdisciplinarità
Il saggio evidenzia come per Ricci non esistano confini tra le arti. La pittura non è decorazione, ma un modo per "vedere" lo spazio prima di costruirlo, mentre la scrittura serve a testimoniare direttamente l'impegno civile dell'artista nella società.
In sintesi, per Ricci l'architettura è un veicolo per la felicità dell'uomo. Il suo saggio invita a un "addio" alle accademie e alle formule rigide per tornare a un'umanità esistenziale che abita il mondo in modo libero e consapevole.
LA CASA-STUDIO A MONTERINALDI
La Casa-Studio a Monterinaldi (Firenze, 1950-1964) rappresenta la materializzazione fisica del saggio "Anonimo del XX secolo". Non è concepita come un monumento, ma come una "non-casa" che evolve nel tempo, riflettendo il rifiuto di Ricci per le forme bloccate e predefinite.
Ecco come la sua filosofia si traduce in elementi strutturali:
In coerenza con l'idea che l'architettura debba nascere dal suolo, la casa utilizza muri in pietra locale (estratti spesso direttamente dal cantiere) con inclinazioni a scarpata. Questa scelta elimina il distacco tra la collina e l'edificio: la casa non è "appoggiata" sul terreno, ma ne è un'estensione plastica.
2. Lo Spazio Esistenziale e Fluido
La pianta non segue una divisione funzionale rigida, ma asseconda gli "atti di vita".
Assenza di gerarchie: Gli spazi per il lavoro (lo studio di pittura e architettura) e quelli per la vita privata si fondono in un unico organismo spaziale continuo.
Trasparenze e Luce: L'uso di ampie vetrate e campiture che alternano pietra, intonaco e vetro crea un ritmo dinamico, permettendo alla natura circostante di penetrare costantemente negli ambienti.
3. La "Sensazione degli Oggetti"
Nella teoria di Ricci, la materia deve essere "sentita". Nella casa-studio, questo si traduce in una brutalità tattile:
Superfici scabre: Il cemento armato e la pietra non sono levigati, per mantenere una verità materica che richiama il concetto di "Anonimo" — un'architettura che non ha bisogno di ornamenti per essere autentica.
Incompiutezza voluta: La casa è cresciuta per fasi successive (oltre 10 anni), seguendo il divenire della vita di Ricci, incarnando l'idea di un'opera che non è mai realmente "finita" ma sempre in trasformazione.
4. Il Villaggio come Comunità
La casa-studio è la cellula madre di un esperimento più ampio: il Villaggio di Monterinaldi. Qui Ricci tentò di costruire una comunità dove ogni abitazione, pur essendo diversa, condividesse lo stesso linguaggio organico, applicando il concetto di Città-Terra su scala ridotta.
IL QUARTIERE DI SORGANE
Il quartiere di Sorgane a Firenze (progettato tra il 1962 e il 1970) rappresenta il passaggio dalla dimensione individuale della casa-studio a quella collettiva della "Città-Terra" teorizzata da Leonardo Ricci. In questo contesto, l'architettura organica diventa uno strumento di pianificazione sociale e urbanistica.
Ecco come la sua teoria si traduce nei grandi complessi residenziali di Sorgane:
A Sorgane, Ricci progetta edifici che non sono semplici blocchi di appartamenti, ma vere e proprie macrostrutture. L'esempio più celebre è l'edificio "La Nave", un corpo di fabbrica lungo e articolato che funge da spina dorsale del quartiere.
Integrazione di funzioni: Seguendo la sua idea che la vita non sia compartimentata, Ricci previde spazi per la socialità, percorsi pedonali sopraelevati e aree comuni integrati nella struttura abitativa.
Contro il "contenitore" rigido: Mentre l'edilizia popolare dell'epoca tendeva alla ripetizione modulare, Ricci cercò di rompere la monotonia con volumi plastici e asimmetrici, tipici del suo linguaggio brutalista-organico.
2. Percorsi e Flussi: L'architettura del Movimento
In linea con la filosofia dell'"atto di vita", a Sorgane il progetto non si limita al volume costruito, ma si estende ai flussi pedonali.
Gallerie e ponti: L'architettura è pensata per facilitare l'incontro. I percorsi non sono semplici corridoi, ma "strade" all'interno dell'edificio che simulano l'esperienza dello spazio pubblico urbano.
Orizzontalità vs Verticalità: Nonostante la scala imponente, Ricci cerca di mantenere un legame con il paesaggio attraverso l'orizzontalità delle forme (come nella "Nave"), evitando l'isolamento tipico delle torri residenziali isolate.
3. Materialità e "Verità" Costruttiva
Anche nei grandi complessi sociali, Ricci non rinuncia alla componente materica dell'"Anonimo":
Cemento a vista: L'uso del cemento armato non è solo una scelta economica, ma una dichiarazione etica di trasparenza costruttiva. La struttura mostra se stessa senza decorazioni superflue, rimanendo fedele alla funzione di "supporto" per l'esistenza umana.
Dialogo con il paesaggio collinare: Sebbene sia un quartiere di periferia, l'inserimento di Sorgane cerca un dialogo con le colline fiorentine circostanti, applicando su larga scala lo stesso principio di integrazione territoriale visto a Monterinaldi.
4. Il limite del progetto sociale
Nonostante la potenza teorica, Sorgane è spesso citata per la discrepanza tra l'ambizione dell'architetto e la realtà urbanistica.
Mancanza di servizi: La visione di Ricci di una "città integrata" si è scontrata con la parziale realizzazione dei servizi pubblici e delle infrastrutture sociali previste, trasformando talvolta queste macrostrutture in "giganti isolati".
Oggi, Sorgane è studiata come uno dei massimi esempi di architettura sociale del Novecento, testimonianza di un'epoca in cui l'architetto si sentiva investito della missione di disegnare non solo case, ma nuovi modelli di convivenza civile.
OPERE SIGNIFICATIVE DI LEONARDO RICCI
Le opere più significative di Leonardo Ricci testimoniano la sua evoluzione da un neorealismo organico verso un espressionismo comunitario.
Villaggi e Comunità
Queste opere incarnano la sua "poetica di comunità" e il desiderio di creare spazi che favoriscano la vita collettiva:
Villaggio di Monterinaldi (Firenze, 1949-1961): Considerato il suo capolavoro-manifesto, è un insediamento residenziale organico dove le case sembrano nascere direttamente dalla terra grazie all'uso della pietra estratta in loco.
Villaggio Agape (Prali, 1946-1947): Un centro ecumenico nelle Alpi piemontesi, realizzato per la comunità valdese, che segna l'inizio della sua ricerca sullo spazio comunitario.
Villaggio Monte degli Ulivi (Riesi, 1963-1967): Un complesso in Sicilia (scuola, officine, abitazioni) che fonde l'organismo architettonico con il paesaggio e la tradizione barocca locale.
Edifici Residenziali e Ville
In queste strutture, Ricci sperimenta la fluidità degli spazi e l'uso di forme plastiche:
La Nave a Sorgane (Firenze, 1962-1970): Una macrostruttura residenziale lunga 200 metri concepita come una "città-edificio", nata per superare i limiti dell'Unité d'Habitation di Le Corbusier.
Villa Balmain (Isola d'Elba, 1958): Progettata per lo stilista Pierre Balmain, è caratterizzata da una pianta ellittica e forme curve che le conferiscono un aspetto scultoreo e dinamico.
Casa Mann Borgese (Forte dei Marmi, 1957-1959): Una villa dall'impronta organico-espressionista destinata a Elisabeth Mann Borgese.
Edifici Pubblici e Grandi Opere
Le opere della maturità sono segnate da un linguaggio monumentale e spesso tormentato:
Palazzo di Giustizia di Savona (1987): Caratterizzato da superfici oblique e grandi piloni che richiamano la forma di una tenda o di una vela.
Palazzo di Giustizia di Firenze: Un progetto vasto e complesso, completato postumo (2012) con modifiche rispetto al disegno originale, che rimane una delle sue opere più discusse.
Padiglione Italiano a Expo 67 (Montréal): Una collaborazione con Carlo Scarpa ed Emilio Vedova che esplora le connessioni tra architettura e arti visive.
FRANK LLOYD WRIGHT E LEONARDO RICCI
Il legame tra Leonardo Ricci e Frank Lloyd Wright (1867-1959) è profondo, ma non imitativo: Ricci vedeva in Wright non tanto un modello stilistico, quanto il liberatore dello spazio dalla prigione della scatola muraria tradizionale.
Ecco i cardini della loro relazione teorica e formale:
1. Il superamento della "Scatola"
Ricci adottò con entusiasmo il principio wrightiano della distruzione della scatola. Nelle sue opere (come la Casa-Studio di Monterinaldi), i muri non chiudono più lo spazio, ma diventano setti che scivolano verso l'esterno, integrando interno e natura in un unico flusso continuo.
2. La Pietra e il Territorio
Entrambi condividevano l'idea che l'architettura dovesse essere estensione del suolo. Tuttavia, Ricci interpretò questo concetto in chiave più aspra ed esistenzialista:
Wright cercava un'armonia lirica e quasi sacrale con il paesaggio (si pensi a Fallingwater).
Ricci usava la pietra in modo più materico, come se l'edificio fosse un frammento di crosta terrestre emerso con violenza.
3. La divergenza ideologica: Socialismo vs Individualismo
Sebbene Ricci ammirasse il concetto di Broadacre City di Wright, le loro visioni sociali divergevano:
Wright puntava su un individualismo democratico e agrario (la casa isolata nel lotto).
Ricci, influenzato dall'esistenzialismo europeo, teorizzava l'architettura come strumento di comunità (la "Città-Terra"). Per lui, l'organicismo non serviva a isolare l'uomo nella natura, ma a connetterlo con i suoi simili.
4. L'Architettura come Organismo Vivo
Entrambi rifiutavano l'Internation Style e il razionalismo rigido. Ricci vedeva nel lavoro di Wright la conferma che l'architettura potesse essere un organismo vivente che cresce e si adatta agli "atti di vita" dell'uomo, una lezione che portò alle estreme conseguenze nei suoi progetti per i Grandi Complessi di Sorgane.
In sintesi, Wright fu per Ricci la scintilla tecnica per rompere con il passato, mentre l'esistenzialismo fu il motore filosofico per dare a quella rottura un significato sociale.
BRUNO ZEVI E LEONARDO RICCI
La relazione tra Bruno Zevi e Leonardo Ricci è quella di una profonda alleanza intellettuale finalizzata alla promozione dell'architettura organica in Italia come alternativa democratica al razionalismo fascista e al classicismo accademico.
Ecco i punti chiave del loro rapporto:
1. La Militanza nell'APAO
Entrambi furono figure centrali dell'Associazione per l'Architettura Organica (APAO), fondata da Zevi nel 1945. Ricci ne fu uno dei soci più attivi e rappresentò, per Zevi, il braccio operativo in Toscana: colui che non si limitava a teorizzare la "liberazione dello spazio", ma la costruiva concretamente nel paesaggio fiorentino.
2. Ricci come "Modello" per Zevi
Per Bruno Zevi, Ricci era l'esempio vivente della sua teoria storica. Nelle sue cronache su L'Espresso e nei suoi saggi, Zevi celebrò spesso il Villaggio di Monterinaldi come la prova che l'architettura potesse essere asimmetrica, frammentaria e priva di monumentale presunzione, pur essendo esteticamente potente.
3. Divergenze sul "Grado Zero"
Nonostante la stima, le loro strade divergevano sull'approccio filosofico:
Zevi si concentrava sulla filologia architettonica e sul linguaggio spaziale (le sue famose "7 invarianti").
Ricci portava il discorso su un piano esistenzialista e sociale, quasi mistico (come descritto in Anonimo del XX Secolo), che a tratti superava la pura critica estetica di Zevi.
4. Il Palazzo di Giustizia di Savona
Zevi difese strenuamente le opere più tarde e discusse di Ricci. Riguardo al Palazzo di Giustizia di Savona, Zevi ne lodò la capacità di rompere l'immagine autoritaria del tribunale, trasformandolo in un "pezzo di città" aperto e dinamico, coerente con il principio zeviano dello spazio che "educa" alla libertà.
In sintesi, Zevi fu il critico che legittimò Ricci a livello internazionale, mentre Ricci fu per Zevi l'architetto che meglio seppe tradurre il "verbo" organico in una forma materica, brutale e profondamente umana.
GIOVANNI MICHELUCCI E LEONARDO RICCI
La relazione tra Leonardo Ricci e Giovanni Michelucci (1891-1990) è quella tra un allievo e un maestro, trasformatasi in una profonda collaborazione intellettuale che ha segnato l'architettura italiana del dopoguerra.
Formazione e Collaborazione
Allievo e Assistente: Ricci si laureò a Firenze nel 1941/42 sotto la guida di Michelucci. Subito dopo la laurea, Michelucci lo assunse come assistente e collaboratore nel suo studio, un rapporto che durò fino al 1946.
La Scuola Fiorentina: Insieme a figure come Leonardo Savioli ed Edoardo Detti, Ricci fece parte del gruppo di giovani talenti che gravitarono attorno a Michelucci, contribuendo a fare della Facoltà di Architettura di Firenze un centro di apertura verso la dimensione sociale dell'abitare.
Affinità Teoriche: L'Architettura per l'Uomo
Rifiuto dell'Accademismo: Entrambi condivisero una forte polemica contro l'insegnamento accademico rigido, preferendo una ricerca compositiva legata alle esigenze vitali e alla libertà degli individui.
Ricostruzione di Firenze: Nel dopoguerra, Ricci sostenne con vigore le idee michelucciane nel dibattito sulla ricostruzione della città (zona Ponte Vecchio), opponendosi alla logica del "com'era dov'era" per promuovere invece un rinnovamento che rendesse la città più viva e moderna.
Il concetto di Comunità: La visione michelucciana dell'architettura come spazio per la comunità è il seme da cui Ricci svilupperà la sua poetica degli "atti di vita" e dei villaggi utopistici come Monterinaldi.
Il Passaggio del Testimone
Palazzo di Giustizia di Firenze: Un legame simbolico importante si ritrova nel nuovo Tribunale di Firenze: Michelucci ne aveva inizialmente tracciato l'idea urbanistica, ma fu Ricci a portarne avanti la progettazione definitiva, cercando di tradurre l'eredità del maestro in una macrostruttura esistenzialista.
Dialogo continuo: Il loro rapporto non si esaurì con la collaborazione professionale, ma proseguì come un dialogo etico costante, testimoniato da corrispondenze personali in cui Ricci esprimeva al maestro la sua visione tormentata ma vitale del fare architettura.
Oggi la Fondazione Giovanni Michelucci continua a valorizzare l'eredità di Ricci, confermando come i due architetti siano i pilastri di un unico percorso volto a rimettere l'uomo al centro dello spazio costruito.
IL VILLAGGIO DI MONTERINALDI
Il Villaggio di Monterinaldi, situato sulle colline fiorentine lungo la via Bolognese, è considerato il capolavoro e il manifesto dell'architettura organica di Leonardo Ricci. Progettato tra il 1949 e il 1961, fu soprannominato all'epoca il "villaggio dei marziani" per via delle sue forme modernissime e dirompenti rispetto all'edilizia tradizionale.
Caratteristiche principali
Un'Utopia Concreta: Ricci concepì Monterinaldi come un esperimento di "città-terra", vendendo lotti di terreno a prezzi ridotti ad artigiani, artisti e intellettuali in cambio della libertà di progettarne le abitazioni secondo la sua visione esistenzialista.
Architettura "Nata dalla Terra": Il complesso, composto da circa quindici case, non segue un piano regolatore rigido. Gli edifici sembrano scaturire direttamente dal suolo poiché utilizzano la pietra estratta in loco dalle cave del sito, alternata a intonaco bianco e ampie superfici vetrate.
L'eliminazione dei confini: Coerentemente con la sua filosofia, Ricci cercò di eliminare le recinzioni tra le proprietà per favorire una vita comunitaria e un dialogo continuo tra lo spazio privato e il paesaggio collinare.
La Casa-Studio Ricci: È il fulcro del villaggio e la residenza dell'architetto. Si sviluppa su più livelli terrazzati che seguono il pendio della collina, fondendo spazi per la pittura, l'architettura e la vita domestica in un unico organismo fluido.
Linguaggio Materico
La struttura del villaggio è definita da:
Setti portanti in pietra scabra che si integrano con le curve di livello.
Solette e travi in cemento armato a vista, utilizzate per creare sbalzi e dinamismo spaziale.
Elementi artistici integrati, come vetrate colorate composte da vetri di recupero e pannelli ceramici sulle terrazze, che testimoniano il legame indissolubile tra arte e architettura.
Oggi il villaggio è una tappa fondamentale per chiunque voglia studiare il neorealismo architettonico italiano e l'influenza di Frank Lloyd Wright reinterpretata in chiave europea.
IL VILLAGGIO MONTE DEGLI ULIVI A RIESI
Il Villaggio Monte degli Ulivi a Riesi (Caltanissetta), progettato tra il 1963 e il 1966, rappresenta l'apice della maturità di Leonardo Ricci. Fu commissionato dal pastore valdese Tullio Vinay come centro di servizio cristiano per il riscatto sociale di una zona segnata dalla crisi delle miniere di zolfo.
L'Organismo Comunitario: A differenza di Monterinaldi (residenziale), qui Ricci progetta un intero complesso polifunzionale (scuola, officine, case, uffici, chiesa) inteso come un unico corpo vivente. L'architettura è lo strumento per creare una nuova società.
Integrazione Paesaggistica: Il villaggio si adagia su una collina di ulivi senza abbatterli. Gli edifici seguono l'andamento del terreno con coperture a falda unica molto inclinate che sembrano ali o speroni di roccia che emergono dalla terra.
Materiali e Verità: Ricci utilizza il cemento armato a vista combinato con la pietra locale e l'intonaco bianco. La scelta del cemento grezzo sottolinea la funzione civile e "operaia" del centro, priva di decorazioni superflue.
Elementi Simbolici e Funzionali
La Continuità Spaziale: Le pendenze dei tetti e i percorsi pedonali creano una tensione dinamica costante. Non ci sono separazioni nette tra le diverse funzioni: la scuola "sfuma" nelle aree comuni, incarnando l'idea di una vita non compartimentata.
Il Richiamo alla Tradizione: Sebbene modernissimo, il villaggio richiama la densità e la plasticità dei borghi rurali siciliani, reinterpretandoli attraverso il linguaggio dell'espressionismo organico.
Oggi il complesso è riconosciuto come bene di interesse storico e architettonico ed è considerato una delle opere più poetiche di Ricci, dove l'architettura si fa preghiera laica e impegno civile.
Nella chiesa del Villaggio Monte degli Ulivi, Leonardo Ricci compie una rivoluzione: distrugge l'idea di "tempio" separato dal mondo per creare uno spazio comunitario totale. Per lui, l'atto del pregare non è disgiunto dall'atto di vivere socialmente.
Ecco come ha gestito questo equilibrio:
L'Aula come Piazza: La chiesa non ha una pianta basilicale tradizionale. È concepita come un'estensione dei percorsi del villaggio. Lo spazio sacro è un'aula polivalente dove la comunità si riunisce non solo per la liturgia, ma per discutere e vivere la democrazia.
La "Tenda" di Cemento: La copertura è l'elemento chiave. Una grande soletta in cemento armato si piega e si inclina in modo asimmetrico, richiamando la simbologia biblica della tenda nel deserto. Questo tetto non "chiude" il sacro, ma sembra fluttuare, lasciando entrare la luce e il paesaggio attraverso fenditure vetrate.
Orizzontalità e Umiltà: Ricci rifiuta il campanile o la facciata monumentale. La chiesa si adatta alla pendenza della collina; l'ingresso è quasi mimetizzato tra gli ulivi. Questo gesto architettonico serve a dire che il sacro è immanente, si trova nel lavoro e nella terra, non sopra di essi.
Materialità espressiva: L'uso del cemento a vista e della pietra locale unifica la chiesa agli altri edifici del villaggio (le officine, la scuola). Non c'è differenza materica tra il luogo del sacro e quello della produzione: tutto è parte dell'unico "organismo" vitale del Centro di Servizio Cristiano.
In sintesi, Ricci trasforma la chiesa in una "casa comune", dove il confine tra divino e sociale scompare a favore di un'esperienza esistenziale condivisa.
Il rapporto tra Leonardo Ricci e il pastore Tullio Vinay fu una vera "congiunzione astrale" tra architettura esistenzialista e fede vissuta come impegno sociale. Vinay non cercava un architetto che costruisse simboli, ma uno che desse forma a una rivoluzione umana.
Ecco i cardini della loro collaborazione a Riesi:
1. La Teologia della "Presenza"
Vinay credeva che il cristiano non dovesse isolarsi, ma "sporcarsi le mani" nella realtà. Ricci tradusse questa visione eliminando ogni barriera architettonica tra la chiesa e le officine. Se per Vinay il lavoro era preghiera, per Ricci lo spazio dell'officina aveva la stessa dignità sacrale dell'aula liturgica.
2. Contro il Trionfalismo
Entrambi odiavano la retorica del potere.
Vinay voleva un centro che servisse gli ultimi (i minatori delle zolfare).
Ricci rispose con un'architettura che "chiede scusa" al paesaggio: niente cupole o croci svettanti, ma tetti che si inclinano verso terra. La scelta valdese della sobrietà si sposò perfettamente con il "Grado Zero" della materia ricercato da Ricci.
3. La "Ecclesia" come Assemblea
Nella visione di Vinay, la chiesa è l'assemblea dei credenti. Ricci interpretò questo concetto progettando l'aula di Riesi non per la contemplazione passiva, ma per la partecipazione attiva. Lo spazio è dinamico, asimmetrico e "aperto", pensato per una comunità che non sta ferma, ma che trasforma il mondo circostante.
4. Il Cantiere come Esperienza Esistenziale
Per entrambi, il villaggio doveva essere costruito con la gente, non solo per la gente. Il cantiere del Monte degli Ulivi fu un laboratorio sociale dove architettura e predicazione divennero un unico atto di resistenza civile contro la povertà e l'abbandono della Sicilia interna.
Senza l'impulso profetico di Vinay, l'organismo di Riesi sarebbe stato solo un bell'edificio; grazie a lui, divenne la prova che l'architettura organica può essere il motore di una nuova etica collettiva.
LA VILLA BALMAIN
La Villa Balmain (Isola d’Elba, 1958-1960), progettata per lo stilista parigino Pierre Balmain, rappresenta l'espressione più scultorea e sensuale dell'architettura di Leonardo Ricci. Qui, l'organicismo si fonde con una plasticità che ricorda le forme levigate dal vento e dal mare.
A differenza dei muri a scarpata di Monterinaldi, Villa Balmain è definita da una linea curva continua.
La Pianta Ellittica: La casa si sviluppa attorno a un nucleo centrale, eliminando gli angoli retti per assecondare la morfologia della costa elbana.
La Cupola e il Patio: Il tetto è una grande calotta bianca che sembra appoggiata sulla roccia, mentre al centro si apre un patio circolare che funge da "occhio" verso il cielo, garantendo luce e ventilazione naturale.
Rapporto con il Paesaggio
Mimetismo e Contrasto: L'edificio è parzialmente scavato nella roccia granitica. Il bianco accecante dell'intonaco contrasta con il blu del Mediterraneo e il verde della macchia mediterranea, richiamando la solarità delle architetture greche ma con una libertà formale modernista.
Continuità Interno-Esterno: Le grandi vetrate non hanno infissi invasivi, creando l'illusione di vivere all'aperto. Il pavimento interno prosegue spesso sulla terrazza, trattando lo spazio domestico come un'estensione della scogliera.
Materiali e Stile
Cemento e Calce: La struttura è in cemento armato, modellato con curve audaci, rivestito da intonaco bianco steso a mano che conferisce una texture vibrante sotto la luce solare.
Eleganza "Anonima": Nonostante il cliente fosse una celebrità della moda, Ricci non progettò una villa sfarzosa, ma un rifugio esistenziale essenziale, dove il lusso è dato unicamente dalla qualità dello spazio e dal rapporto diretto con gli elementi naturali.
L'opera è celebrata come uno degli esempi più alti di integrazione tra architettura e ambiente costiero, tanto da essere spesso paragonata alla Casa Malaparte per la sua capacità di dialogare con lo spirito del luogo.
LA CASA MANN BORGESE
La Casa Mann Borgese (Forte dei Marmi, 1957-1959), progettata per la scrittrice Elisabeth Mann (figlia di Thomas Mann) e il marito Giuseppe Antonio Borgese, è uno degli esempi più raffinati di come Leonardo Ricci sia riuscito a coniugare l'organicismo wrightiano con una leggerezza quasi aerea.
Ecco gli elementi che definiscono l'opera:
A differenza delle strutture massicce di Monterinaldi, questa villa si distingue per una straordinaria tensione verso l'alto.
Coperture a falda inclinata: I tetti sono grandi piani inclinati che sembrano ali o ali di una tenda, creando un profilo dinamico che rompe la linea piatta del litorale versiliese.
Sospensione: La casa sembra quasi sollevata dal terreno, trasmettendo un senso di libertà e rifugio temporaneo, pur essendo costruita con materiali solidi.
2. Spazialità Interna ed Esistenzialismo
In linea con il saggio "Anonimo del XX Secolo", lo spazio interno non è diviso in stanze chiuse, ma è un organismo fluido:
Doppia Altezza: Il soggiorno si sviluppa su altezze diverse, con soppalchi che permettono una comunicazione visiva costante tra i diversi livelli della casa.
Il Camino come Fulcro: Come nelle case di Wright, il camino è il cuore simbolico e fisico della casa, attorno al quale si aggregano gli "atti di vita" quotidiani.
3. Dialogo con la Pineta
La villa è immersa nella celebre pineta di Forte dei Marmi e il progetto punta a una fusione totale con l'ambiente:
Vetrate a tutta altezza: Le pareti trasparenti eliminano il confine visivo, portando i pini all'interno dell'abitazione.
Materiali Naturali: Ricci utilizza la pietra a vista per i setti portanti e il legno per i soffitti, richiamando i colori e le texture del sottobosco circostante.
4. La Funzione Sociale e Intellettuale
La casa fu concepita non solo come abitazione, ma come luogo di incontro per intellettuali. La struttura stessa, con i suoi spazi aperti e invitanti, rifletteva l'idea di Ricci di un'architettura che favorisce la comunicazione e la crescita umana, lontano dalle rigide convenzioni borghesi dell'epoca.
Oggi Casa Mann Borgese è considerata una delle vette della Versilia moderna, un'opera dove la brutalità del materiale si arrende alla poesia del paesaggio.
PALAZZO DI GIUSTIZIA A SAVONA
SINTESI DEL PENSIERO DI LEONARDO RICCI
La teoria e filosofia di Leonardo Ricci possono essere riassunte come un esistenzialismo costruito, dove l'architettura non è un fine estetico, ma un mezzo per la liberazione dell'uomo.
Ecco i nuclei fondamentali del suo pensiero:
Il primato degli "Atti di Vita": Per Ricci, l'architettura non nasce dal disegno, ma dal movimento. Lo spazio deve modellarsi attorno alle azioni umane (mangiare, dormire, incontrarsi). La forma è solo il "sedimento" fisico di un'esperienza esistenziale.
Il mito dell'"Anonimo": Espresso nel saggio "Anonimo del XX Secolo", sostiene che l'architetto debba rinunciare al proprio ego monumentale. L'opera deve essere "anonima", ovvero così aderente ai bisogni della comunità da apparire come un'estensione naturale della vita stessa.
L'Organicismo Antidogmatico: Influenzato da Frank Lloyd Wright, Ricci distrugge la "scatola" muraria. Tuttavia, il suo organicismo è più aspro e sociale: usa muri a scarpata e pietra viva per radicare l'edificio alla terra, trattando il costruito come un organismo vivente che cresce e muta.
La "Città-Terra": Una visione urbanistica che rifiuta la separazione tra città e campagna. Ricci teorizza macrostrutture fluide e continue (come a Sorgane) capaci di accogliere migliaia di persone senza trasformarle in numeri, favorendo invece la dimensione comunitaria.
Verità Materica: Rifiuta l'ornamento. Il cemento armato a vista, la pietra grezza e il vetro sono utilizzati per la loro "verità", trasmettendo una sensazione tattile e brutale che richiama l'uomo alla sua realtà essenziale.
In sintesi, per Ricci l'architettura è una battaglia contro l'alienazione: uno spazio è valido solo se rende l'individuo più libero e consapevole di esistere.
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